Abel – Il figlio del vento: la nostra intervista al regista Gerardo Olivares

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Abel – il figlio del vento è stato presentato in anteprima al Giffoni Film Festival, e non poteva esserci una cornice più appropriata per questa toccante storia di crescita e libertà, dove un ragazzino e un aquilotto intraprendono un percorso di formazione verso l’età adulta: il protagonista è infatti il piccolo Lukas (Manuel Camacho), trattato con freddezza da un padre ostile (Tobias Moretti), che lo incolpa per la tragica morte della moglie; così, quando Lukas trova un aquilotto in difficoltà, decide di prendersene cura e di chiamarlo Abel, vedendo in lui un compagno di sventure. Abel è stato scacciato dal nido da suo fratello maggiore, quindi ora deve imparare a cavarsela da solo, con l’aiuto di Lukas e del guardaboschi Danzer (Jean Reno).

Adler Entertainment distribuirà Abel – il figlio del vento nelle sale italiane dal prossimo 29 settembre, ma nel frattempo abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il co-regista Gerardo Olivares, che ha diretto la pellicola insieme a Otmar Penker. Si tratta di un complesso amalgama tra lungometraggio di finzione e documentario, dove entrambi i cineasti hanno messo in campo il loro talento nelle riprese naturali, mentre Olivares ha potuto aggiungere anche la sua esperienza nei film “a soggetto”. La prima domanda verte inevitabilmente su questo tema.

Come hai lavorato per combinare gli elementi di un film di finzione e quelli di un documentario? È stato difficile trovare il giusto equilibrio?

Sì, la grande sfida del film era proprio questa: trovare il giusto equilibrio tra la parte di finzione e quella naturalistica. Sai, abbiamo girato per quattro anni, e la parte di finzione l’abbiamo girata in sei settimane. Ci aspettavamo di montare il film in tre mesi, e alla fine abbiamo trascorso sette mesi cercando di capire come unire la finzione e il documentario per creare una singola linea narrativa.

È vero che le riprese del film sono cominciate prima che la sceneggiatura fosse completa?

Sì, certo. L’idea iniziale era di realizzare un documentario sulle aquile, abbiamo girato per quasi tre anni, e poi il produttore Walter Koehler ha visto le immagini e ha detto “Sapete, abbiamo delle riprese incredibili, dovremmo pensare più in grande rispetto a un documentario per la televisione”, e la compagnia ha deciso di aggiungere una storia di finzione all’interno del film. Quindi all’inizio l’idea era di fare un documentario. È stata una vera sfida in sala di montaggio perché, sai, noi stavamo girando, e quasi allo stesso tempo era in corso la scrittura del copione.

Ciò che ne risulta è sostanzialmente il racconto di formazione di due bambini, uno umano e l’altro animale: come si aiutano a vicenda, nel loro percorso di crescita?

Sai, alla fine il messaggio di questo film è che, a un certo punto nella vita, arriva il momento in cui devi renderti libero, devi imparare a volare da solo. La vita è così. Quindi, per il bambino e l’aquila è la stessa cosa: a un certo punto devono volare da soli, e il messaggio della storia è più o meno questo. Il ragazzo deve volare da solo, e lo stesso vale ovviamente anche per l’aquila, che è un animale selvaggio.

A tal proposito, si può dire che il film ci inviti a vivere in armonia con la natura, perché forse rappresenta la nostra salvezza…

Certamente. Voglio dire, è significativo mostrare ora ai bambini quanto sia importante la natura nella nostra vita. Noi facciamo parte del pianeta, ma il pianeta non appartiene solo a noi, come esseri umani. Dobbiamo prenderci cura del mondo in cui viviamo. E il film vuole trasmettere questo messaggio ai bambini per cercare di conservare il pianeta per le prossime generazioni. Abbiamo panorami incredibili e animali straordinari, dobbiamo prenderci cura di entrambi.

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Per quanto riguarda il cast, questo è il tuo secondo film con Manuel Camacho: cosa hai visto in lui che ti ha convinto ad affidargli la parte?

Beh, lui ha molto talento. La prima volta che l’ho incontrato aveva dieci anni, stavo cercando un ragazzo per girare il mio film precedente, Among Wolves, e ho fatto un casting con più di duecento bambini. Quando l’ho visto, aveva qualcosa di speciale che gli altri bambini non avevano. Sai, fra me e lui c’è una connessione che, per un regista e un attore, è molto importante. Quindi, non appena il produttore mi ha chiamato per fare questo film, e ha detto di inserire un bambino nella storia per creare una relazione tra il ragazzino e l’aquila, il primo a cui ho pensato di proporlo è stato Manuel, perché avevo lavorato con lui nell’altro film ed era stato incredibile… quindi perché scegliere un altro ragazzo se lui ha questo incredibile talento nel cinema?

In questo caso hai dovuto lavorare anche con le aquile, e i registi dicono spesso che è molto difficile lavorare con gli animali sul set: è stata dura per te?

Beh, sai, Hitchcock diceva sempre di evitare di girare film con bambini e animali! [Ride] Ma avevamo un’incredibile squadra di falconeria che ha preparato le aquile per parecchio tempo. Abbiamo usato diciotto aquile diverse per girare il film, e ognuna di essere aveva delle caratteristiche specifiche. La parte più importante è stata fatta prima che cominciassimo a girare, ed è consistita nella preparazione delle aquile. Ovviamente non sai mai quale potrebbe essere la reazione di un animale selvaggio sul set… con tutte le macchine da presa, le luci. Quindi hanno addestrato le aquile fin dall’inizio, e i falconieri hanno posizionato delle macchine da presa nei posti dove sono nate, in modo che cominciassero ad abituarsi. Alla fine le aquile erano come degli attori, davvero incredibili. Ero molto preoccupato di quello che sarebbe potuto succedere, con il ragazzo e l’aquila, ma Manuel si è allenato con l’aquila per un mese prima che cominciassimo le riprese, quindi sul set è stato tutto molto più facile del previsto.

Il cast include anche Jean Reno nel ruolo di Danzer, che funge da narratore: cosa ti ha spinto a sceglierlo come voce che racconta la storia?

È stata una decisione presa tra lo sceneggiatore e il produttore. Credo che volessero un grande nome nel film, per aumentarne il risalto internazionale, ed è questa la ragione principale per cui abbiamo avuto Jean Reno come voce narrante. Era un modo per assegnargli un ruolo più ampio nella storia.

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Per maggiori informazioni potete consultare la pagina Facebook ufficiale del film. #‎Abel #‎IlFiglioDelVento

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