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La critica – Lincoln

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Autore: Roberto Escobar – Testata: L’espresso
Dobbiamo prendere le nostre decisioni, e poi sopportarne il peso, dice Abraham (Daniel Day Lewis) alla moglie Mary () in “” (Usa, 2012, 150′). Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti si riferisce alla loro vita privata. Ma lo stesso vale per la sua vita pubblica, e per le scelte che segnano l’inizio del suo secondo mandato. È il gennaio 1865. La guerra con i confederali dura da quattro anni. Il 22 luglio 1862 ha emancipato gli schiavi, essenziali al latifondo degli Stati del Sud. Ora, contro i deputati democratici e senza l’entusiasmo della maggioranza conservatrice dei suoi repubblicani, intende far votare dalla Camera un emendamento alla Costituzione, il tredicesimo, che abolisca la schiavitù. Intanto, cerca di indurre i ribelli alla resa. D’altra parte, nel suo partito molti premono non per una resa, ma per un accordo, che sarebbe vanificato dall’approvazione dell’emendamento. Quanto a lui, è convinto che l’abolizione della schiavitù dimostrerebbe invece ai confederali l’inutilità della loro lotta, e li spingerebbe proprio alla resa. Non è un biopic, come si usa dire con pessimo inglesismo, il film di e dello sceneggiatore . Non racconta la biografia del presidente, ma solo i suoi ultimi mesi di vita, e non ne fa un’agiografia. Al contrario, senza pomposità e con dialoghi felicemente alti, lo mostra alle prese con le tortuosità della politica. Insomma, lo mostra al lavoro. E spesso si tratta di un lavoro sporco. Per raggiungere i suoi scopi, Lincoln agisce anche contro la legge. E non esita a mentire. Lo fa a danno dei democratici e dei suoi. Lo stesso si adatta a fare, con più dolore, il capo della minoranza radicale dei repubblicani, Thaddeus Stevens (). Assertore ben più di Lincoln dell’eguaglianza naturale degli uomini, Stevens mente di fronte ai deputati, sostenendo di non credere che a quella legale. E così ottiene l’appoggio della maggioranza del partito. Attorno a questo nodo politico, e anzi filosofico-politico, si sviluppa la parte più profonda del film: in vista di un risultato ritenuto giusto, può un capo tenere comportamenti ingiusti? La risposta di Lincoln è netta: sì, ma senza immaginarsi “giustificato” da un principio superiore di cui sarebbe interprete e strumento. Alla fine, la moralità di un capo sta nel coraggio con cui si assume la responsabilità intera delle sue scelte, per poi caricarsene sulle spalle il peso.

Autore: Natalia Aspesi – Testata:
La guerra di Secessione americana la conosciamo soprattutto attraverso il romanticismo sudista tutto crinoline e dispetti amorosi di Via col vento: in Lincoln, vediamo pochi momenti di una spaventosa carneficina nel fango e una distesa di cadaveri mentre il presidente ci cavalca in mezzo. Lincoln è un bellissimo film, uno dei più importanti film politici degli ultimi anni: e in due ore e mezzo racchiude gli ultimi quattro mesi di vita del presidente più amato dopo Washington, evitando l’agiografia storica. Ma siccome pare che si siano perse le tracce di governanti di gigantesca lungimiranza, capacità e autentica passione per il loro paese, ecco che Spielberg riesce a dare una grande lezione a chi oggi immiserisce la politica a proprio vantaggio e soprattutto senza saperla fare. Si resta sedotti da Day-Lewis, che ci fulmina con l’arguzia e la dolcezza dello sguardo. Bravissimi tutti gli attori (un po’ noiosa Sally Field) soprattutto Tommy Lee Jones, il radicale repubblicano che ostacola la diplomazia di Lincoln, per poi accettarla, col suo parrucchino storto e la matura governante nera nel letto.

Autore: Maurizio Acerbi – Testata: il Giornale
Un film straordinario per i dialoghi e, soprattutto, per lo strepitoso a cui l’Oscar dovrebbe essere assegnato di diritto, per manifesta superiorità.

Autore: Alberto Crespi – Testata: l’Unità
E’ uno strano film, Lincoln, sorprendentemente noioso, per essere di Spielberg(…) Un film interessante, lucido, inaspettato. Daniel Day-Lewis è bravo, come negarlo? Forse fin troppo.

Autore: Todd McCarthy – Testata:
Un avvincente, denso e a volte divertente racconto dello sforzo magistrale del sedicesimo presidente nel manipolare il passaggio del tredicesimo emendamento.

Autore: Peter Debruge – Testata: Variety
Anche se gli storici sicuramente trovano spazio per qualche cavillo, ogni scelta di Day-Lewis conferisce dignità e serietà alla figura più venerata d’America.

Autore: Peter Travers – Testata: Rolling Stone
Il fenomenale Daniel Day-Lewis interpreta Lincoln con coinvolgimento, col potere indelebile del brillante Spielberg (…)

Autore: Alessandra Levantesi Kezich – Testata:
Lincoln non è un biopic, è il resoconto dei suoi ultimi, cruciali giorni di vita, soprattutto di quel gennaio 1865 quando, coniugando una lungimirante visione di statista con un sopraffino pragmatismo politico, si impegnò a far passare al Congresso il Tredicesimo Emendamento alla Costituzione che aboliva la schiavitù, consapevole che era una tappa decisiva per il futuro della nazione. Ma, attingendo a svariate fonti oltre che l’ottimo libro Team of Rivals di Doris Kearns Goodwin, il drammaturgo Tony Kushner ha saputo condensare in quei pochi giorni il senso di un’intera esistenza, di un’intera personalità; e Spielberg, lavorando all’unisono, ha provveduto a contrappuntare il magnifico copione di immagini splendide quanto significative ed emozionanti, intessute come sono di riferimenti storici e biografici. Poi c’è l’eccelso Daniel Day Lewis che semplicemente «è» Lincoln, con una interiorizzata naturalezza che rende vivo e attualissimo il personaggio: nella sua tristezza e nella sua capacità di ammaliare con le parole, nella sensibilità affettiva e nell’idealistica intransigenza. E che dire dell’eccellenza dei valori produttivi e di un cast in cui spiccano il Thaddeus Stevens di Tommy Lee Jones e la Mary (consorte del presidente) di Sally Field? Lincoln, per noi il film Oscar di quest’anno, non è solo una straordinaria lezione di politica, è anche una straordinaria lezione di cinema.

Autore: Paolo Mereghetti – Testata: Il corriere della sera
Probabilmente Spielberg non conosce i film di Straub e sicuramente Straub non ama i film di Spielberg, eppure questoLincoln fa immaginare un possibile «ponte» tra questi due registi lontanissimi (e per molti versi antitetici). Perché per la prima volta nella carriera del regista hollywoodiano il visivo cede il passo al parlato e il film riconosce alla forza del dialogo una priorità che sarebbe difficile trovare negli altri suoi film. E perché non si tratta di una «parola» fine a se stessa, magari compiaciuta della propria eloquenza o della propria musicalità: è una «parola» che ci aiuta a misurare direttamente il potere, che diventa a sua volta potere, serve per conquistarlo esercitarlo e mantenerlo. E infine perché a ben vedere il film di Spielberg non è «su» Lincoln ma su «come» Lincoln sapeva esercitare il potere. (…) Non è certo la prima volta che il cinema americano sceglie la parola come motore dell’azione (basta pensare ai capolavori di Mankiewicz) ma mai come in questo film essa è privata delle sue qualità più «spettacolari» – la retorica, la dialettica, la lusinga – per mettersi totalmente e completamente al servizio del potere. La parola come grimaldello ma anche come spia: per conquistare il potere e insieme per raccontarcelo.

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Regia
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Cast
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