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La critica – Flight

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Autore: Roberto Escobar – Testata: L’espresso
Accadono fatti irreversibili e decisivi, nella vita. A determinarli è il caso, o dio, che del caso è l’altro nome. Così dice Kip (Conor O’Neil) a Whip Whitaker () e a Nicole (). I tre si sono incontrati su un pianerottolo di un ospedale ad Atlanta. Ci si sono nascosti per fumare, e lì e lo sceneggiatore John Gatins li impegnano in un dialogo quasi-filosofico. Un paio di giorni prima, Whip ha evitato una strage, fermando la picchiata del suo aereo in avaria, e portandolo ad atterrare su un prato. Tutto questo è riuscito a fare pur sotto l’effetto di alcol e droga. Tossicomane è anche la bella Nicole. Quanto a Kip, ha un cancro. Dio ha voluto dargli il privilegio scomodo di vedere il mondo e la vita standone già fuori. Agli altri due, invece, rimane la necessità – e il tempo – di trovare il senso del loro incontro “casuale”, se ce n’è uno. “” (Usa, 2012, 138′) è la storia di un uomo in lotta con il proprio alcolismo e con il proprio rifiuto di riconoscerlo. Ma è anche molto di più. La sceneggiatura è percorsa da una tensione narrativa tra personaggi, anche non secondari, che rimandano alla fede in una regia divina dell’esistenza, e personaggi che rivelano una prospettiva ben più terrena. I primi si affidano alla loro credenza, e pensano il mondo come un luogo in cui tutto avrebbe senso, e anzi “un” senso. I secondi – Whip soprattutto – vivono nella complessità, e in essa rischiano di perdersi. Chi è Whip, appunto? Un eroe? Un pilota capace di fare un miracolo del tutto umano? O un criminale che s’è messo alla consolle del suo aereo sapendo d’essere in condizioni precarie? Il primo chiamato a rispondere è lui. E lui è il primo che non vuole farlo. Il caso o dio l’hanno messo su quell’aereo, e hanno disposto che l’atterraggio fosse tanto improbabile quanto irreversibile e decisivo per la sua vita. E tuttavia a lungo Whip fugge da se stesso, dalla propria responsabilità verso se stesso. Se si resta alla superficie della storia di “”, questa fuga si riduce alle menzogne con cui Whip nasconde a sé e agli altri il proprio alcolismo. Se si scende più a fondo, incoraggiati dalla quasi-filosofia di Kip, allora viene in primo piano una ben più radicale tentazione di fare della menzogna un dio privato, che come ogni dio semplifica il mondo e sgrava dal peso della responsabilità. In ogni caso, alla fine Whip sceglie la complessità e la responsabilità. E questo è un miracolo ancor più grande del suo atterraggio di fortuna.

Autore: Roberto Nepoti – Testata: la Repubblica
Prima di mettersi ai comandi di un volo diretto ad Atlanta, il comandante Whip Whitaker fa il pieno di vodka e di cocaina. Asso malgrado tutto, riesce a far atterrare l’aereo in avaria salvando un centinaio di persone; ma sei, incluse due hostess, ci lasciano la vita. I media si affrettano a proclamarlo eroe dei cieli. Risultato positivo ai test tossicologici – però – il pilota finisce al centro di un’inchiesta legale; ma anche, e soprattutto, di un dilemma morale: l’avere salvato delle vite (come altri non avrebbe saputo fare) può essere un’attenuante del suo comportamento gravemente a rischio? Per deciderlo, il film impiega circa due ore; riuscendo a non essere davvero noioso malgrado una certa ripetitività di concetti e situazioni. E poi Denzel, candidato all’Oscar per la parte, è davvero bravo ad alternare eroismo e debolezza, arroganza e rimorso. Stupisce un po’trovare alla regia di un film (salvo le movimentate sequenze in volo dell’inizio) quasi teatrale Robert Zemeckis, che da Ritorno al futuro a Forrest Gump, sembrava volesse soprattutto stupirci con effetti speciali

Autore: Maurizio Acerbi – Testata: il Giornale
Un film con qualche venatura grottesca (l’ottimo John Goodman) che se durasse trenta minuti di meno e credesse di più in alcuni personaggi comprimari (l’ex drogata) sarebbe più che discreto.

Autore: Dario Zonta – Testata: l’Unità
Nonostante il titolo e la locandina non è un disaster movie ad alta quota. E’ un quieto affondo sull’alcolismo, piaga americana di prima grandezza,

Autore: Francesco Alò – Testata: Il Messaggero
Zemeckis mancava al dramma senza computer animation da 12 anni (Cast Away). Oggi ci accorgiamo di nuovo della su immensa classe. E Washington merita il secondo Oscar dopo Training Day.

Autore: Todd McCarthy – Testata: Hollywood Reporter
Questo avvincente dramma fornisce un Denzel Washington, con uno dei suoi più carnali e complessi ruoli e lui, vola in questo.

Autore: Peter Debruge – Testata: Variety
Al pubblico gli si affibbia un certo tipo di film, ma finisce legato a un altro durante The Flight, in un gradito ritorno del regista Robert Zemeckis nell’action movie dopo una dozzina di anni sosta.

Autore: Peter Travers – Testata: Rolling Stone
Flight ci ricorda ciò che Washington può fare quando un ruolo lo colpisce, in una sfida che avrebbe steso un qualsiasi attore minore.

Autore: Alessandra Levantesi Kezich – Testata: La Stampa
(…) Zemeckis passa con inalterata capacità di regia a battere la nota intimista, pedinando l’uomo nella sua spirale autodistruttiva sino al riscatto finale. Semmai è il copione che resta un po’ in superficie nello scavo psicologico e nell’orchestrazione degli altri personaggi (dall’avocato Don Cheadle alla tossica Kelly Reilly), ma l’intenso Washington sopperisce alle lacune giocando su una sfumatura gamma di toni una figura che sotto un’apparente sicurezza nasconde ombre e dolore.

Autore: Maurizio Porro – Testata: Il corriere della sera
(…) il thriller un poco prolisso evita la retorica fino a 10 minuti dalla fine quando Washington gioca il jolli della redenzione. Ma con momenti ottimi: le scale all’ospedale, il ruolo di John Goodman, paesaggi malinconici, una ferocia che si pente.

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Regia
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