Recensione del film Don Jon’s Addiction (2013) – Educazione sessuale all’ombra dei media | Movieplayer.it « Recensioni (Rassegna) « cineMania

Recensione del film Don Jon’s Addiction (2013) – Educazione sessuale all’ombra dei media | Movieplayer.it

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Ogni tanto, a tutti piace affidarsi a un buon, vecchio, luogo comune: è rassicurante, è sempre lì a ribadire che “te l’aveva detto”, e molto spesso ha anche ragione. Specie per quanto riguarda le relazioni sentimentali o, in generale, con l’altro sesso: quando la delusione fa capolino, ripetersi che tanto gli uomini sono sempre e solo dei maiali, o che le donne sono delle principessine viziate che attentano alle fondamenta di ogni virile amicizia, ha un che di catartico. Eppure, lo sappiamo tutti che la realtà è ben diversa. Ma, nonostante questa consapevolezza, quelli che sono considerati i difetti fatali di entrambi i generi sono difficili da eradicare dalle nostre menti. Perché? Joseph Gordon-Levitt, qui al suo esordio alla regia, tenta di dare una propria spiegazione del fenomeno, una spiegazione che, seppure con piglio umoristico e irriverente, contiene anche una nota polemica nei confronti di una società sempre più assaltata dai media, in cui uomini e donne devono corrispondere a un modello ben preciso, e l’idea di non attenervisi non è ancora considerata un’opzione praticabile dai più.

Berlinale 2013: Joseph Gordon Levitt presenta il suo Don Jon's Addiction Il suo protagonista, Johnny, è infatti il tipico “womanizer“: tutti i weekend si porta a casa una ragazza diversa, e poi fa tutto quello che un bravo ragazzo americano deve fare, ovvero andare in palestra a scolpirsi i muscoli, intrattenersi goliardicamente con gli amici stilando una classifica delle donne più desiderabili a loro disposizione, va a pranzo dalla mamma e a messa la domenica, senza mai saltare la tappa della confessione. Che, ogni volta, prevede l’assoluzione per la sua colpa principale: guardare porno. D’altronde, il porno è ben meglio del sesso reale, a detta di Johnny: ma la sua fiducia nell’intrattenimento onanistico inizierà a scalfirsi dopo l’incontro con Barbara, una splendida Scarlett Johansson che, dopo un periodo di corteggiamento assolutamente incongruo alle abitudini di Johnny, lo saprà ammaestrare a dovere. I pranzi dalle rispettive famiglie, lo shopping di coppia, la sequela di commedie romantiche al cinema non sono nulla, rispetto al sacrificio supremo che Barbara impone al compagno: smetterla di guardare porno. Ovviamente Johnny finge di farlo, e ovviamente viene scoperto: ma è proprio grazie all’inevitabile rottura con Barbara, e all’incontro con una donna tutt’altro che banale o inquadrata, che vedrà la luce in fondo al tunnel di autoreferenzialismo in cui si era rifugiato.

Don Jon's Addiction: Julianne Moore e Joseph Gordon-Levitt sul set del film Joseph Gordon-Levitt vuole dissacrare l’uomo contemporaneo, la donna contemporanea e la coppia contemporanea, quella in cui ognuno fa finta di essere felice, mantiene una facciata di partner modello e poi, nel suo intimo, continua a fare esattamente come gli pare: l’importante è non essere colti in flagrante. Johnny mente a Barbara, e tenta di giustificarsi con l’inattaccabile assunto secondo cui “tutti gli uomini guardano i porno”: forse si, ma non ne sono schiavi. E Barbara, che non vede il proprio egoismo, perché è convinta che “quando un uomo ama una donna, deve fare tutto per lei”, e non importa se questo tutto comprende anche l’assecondare capricci e pretese insulse, non è meno colpevole di lui. Nonostante il film regali diversi momenti divertenti e sappia pungolare il pubblico su molte questioni con cui la maggior parte di noi si è trovato a combattere, l’impressione è che il regista abbia mancato di un po’ di coraggio, affidandosi eccessivamente allo stereotipo che voleva invece demolire e, nel finale, addirittura avvicinandosi a quella morale da commedia romantica che il suo personaggio tanto aveva stigmatizzato. Il lavoro d’esordio di Gordon-Levitt ha però dalla sua un ottimo uso dei comprimari, tratteggiati in una maniera garbatamente macchiettistica che ben si sposa con l’atmosfera giocosa del film, e una costruzione ben orchestrata del montaggio, in particolare nelle sequenze di vita quotidiana di Johnny, che costituiscono un efficace espediente per seguirne l’evoluzione interiore.

Non sarà l’exploit più irriverente del cinema degli ultimi anni, ma il film di Joseph Gordon-Levitt, così come il personaggio da lui interpretato, hanno dalla loro una spontaneità e una leggerezza che non possono non ispirare simpatia. E pazienza se la critica non è troppo feroce, se l’analisi psicologica non è poi così approfondita: che a volte il cinema riesca a dare suggerimenti e stimoli in maniera tutt’altro che pretenziosa è uno degli aspetti che lo avvicina al grande pubblico, e, se vogliamo credere a Gordon-Levitt e all’importanza che attribuisce alle influenze su larga scala, non può che essere un aspetto cruciale.



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