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Berlinale 2013 – Promised Land Gus Van Sant, la recensione

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Promised Land Matt Damon Frances Mcdormand - Foto dal Film

È un trio davvero sui generis quello dietro la sceneggiatura di Promise Land. Parliamo di Gus Van Sant (che del film è anche regista), dell’attore John Krasinski (che prima di questo lavoro, aveva giusto co-firmato, assieme al compianto David Foster Wallce, lo script di Brief Interviews with Hideous Men) e di Dave Eggers, uno dei più importanti esponenti dell’ultima generazione di scrittori americani. Il risultato è un film molto equilibrato che riesce a non essere mai banale  nè retorico nonostante la storia, a prima vista, sembri una cosa già vista e sentita.

Steve Butler (Matt Damon) e Sue Thomason (Frances McDormand) devono convincere una piccola comunità della provincia americana a vendere il terreno sottostante affinché si possano fare trivellazioni e far fuoriuscire del gas. I rischi che la cittadina non accolga la lauta offerta della compagnia è alto, e così i due devono cercare di persuadere in ogni modo ognuno degli abitanti.

Sulla loro strada si mette però un anziano professore di scienze ed un’attivista ambientale. Per Steve, che è cresciuto in una fattoria, il contatto continuo con la gente del luogo offre la possibilità di ripensare cosa è davvero importante per lui….

Promised Land John Krasinski - Foto del Film

Quello del forestiero che arriva in un piccolo centro cambiandone gli equilibri è una struttura narrativa piuttosto classica ed oliata. Persino i western spesso sono incentrati su questa base. In questo caso però il forestiero è un buono che rappresenta ingenuamente il male. Viene voglia di fare il tifo per lui e allo stesso tempo di sperare che perda. E’ proprio in questa contraddizione, la stessa che del resto finisce per vivere lo stesso personaggio, che risiede il maggiore merito di Promised Land. A metà tra commedia e dramma, senza mai calcare la mano su nessuno dei personaggi, tutti credibili, si muove una pellicola fatta di mezze tinte, di valori americani ed ipocritamente americani (non è un caso che il primo discorso di Damon alla comunità avvenga sullo sfondo della bandiera a stelle e strisce) che come l’acqua in un vaso gremito di terra e fiori penetra piano piano fin sotto la pelle. La decisione di inserire nel finale una sorta di rivelazione finale è la ciliegina sulla torta di una sceneggiatura che fa di tutto per mettere la coscienza del suo protagonista libera di scegliere da che parte stare: se con i vincitori o con sé stessa ed i propri valori, il che non significa per forza perdere. Le belle interpretazioni di tutto il cast, da Damon a Frances McDormand, dallo stesso John Krasinski al vecchio Hal Holbrook viaggiano sulla stesso, ottimo, livello di qualità.

ScreenWEEK è a Berlino per partecipare alla 63esima edizione del Festival. Seguiteci per tutte le novità e le recensioni dalla capitale tedesca.

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