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Festival di Berlino 2013: Don Jon’s Addiction diretto da Joseph Gordon Levitt conquista pubblico e critica

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Tutte le news dal Festival di Berlino 2013. Best Movie seguirà i film più importanti e vi racconterà le conferenze stampa più interessanti.

Leggi qui il nostro articolo sul film d’apertura, The Grandmaster di Wong Kar-wai, presidente di giuria al Festival

Il film

Jon (Joseph Gordon Levitt) non ha problemi con la routine ben collaudata delle sue giornate. Palestra, discoteca, ragazze, pranzi in famiglia e domenica in chiesa con tanto di confessione settimanale. Appuntamenti che il nostro rispetta con metodica precisione anche se nessuno di questi riesce a dargli la stessa soddisfazione che prova mentre consuma dosi massicce di porno, offerto a profusione e in tutte le sue possibili varianti dai siti che Jon conosce a memoria. Un vizio? Una dipendenza? Non secondo il nostro Jon, che dichiara senza vergogna allo spettatore che quella è la parte migliore della sua giornata…almeno finche sulla pista da ballo della discoteca che è il suo abituale campo di caccia non compare una ragazza da 10, Barbara (Scarlett Johansson) e per la prima volta Jon prende in considerazione la possibilità di abbandonare la sua passione…Del resto, anche se prima di lasciarsi toccare la bella lo costringe a una lunga tortura (in cui la parte piu’ “dolorosa” sono le serate cinematografiche a base di commedie iperromantiche) alla fine la consumazione parrebbe all’altezza delle aspettative. Non fosse che invece Jon continuna a pensare che i porno abbiano qualcosa in più. Qualcosa che non sembra facile definire in termini di corpi o prestazioni. E così ben presto anche con Barbara finisce male… Nel frattempo, però,  ai corsi serali Jon si è imbattuto in una strana donna  (Julianne Moore) che fa domande scomode, ma non disdegna di appartarsi in auto per una sveltina. E qui le cose si complicano, perchè forse finalmente Jon ha trovato pane per i suoi denti….
La sua voce ci accompagna con ironica partecipazione lungo i binari di un’avventura che se nel titolo strizza l’occhio a una nobile matrice letteraria (il nostro vuol essere un moderno don Giovanni tutto muscoli e brillantina, ma anche una moderna icona americana, un po’ Rocky e un po’ Tony Manero), nella forma punta su un ritmo rapido e su battute spiazzanti, giocando con i riferimenti della cultura hollywoodiana (i finti film interpretati da Channing Tatum e Anne Hathaway), il linguaggio della pubblicità e gli inserti del webporno a fare da contrappunto alle imprese del protagonista.

La conferenza stampa

Girata con il piglio e la leggerezza di una commedia indipendente (e indipendente la produzione lo è senz’altro, senza studi alle spalle e con appena 28 giorni di riprese), ma anche baciata dalle interpretazioni di quattro attori noti al pubblico, la prima regia di Joseph Gordon Levitt si è fatta notare all’interno della sezione Panorama della Berlinale, guadagnandosi applausi convinti e una cascata di domande allo sceneggiatore/regista/interprete in conferenza stampa.

Certo, l’ argomento è di quelli che attirano subito l’attenzione, non fosse che la prima dichiarazione di Gordon Levitt è stata che il suo «non è un film sul porno» (nessun paragone con Shame, precisa, anche perch è non lo ha visto!) «è una storia sull’amore. Sul fatto che oggi le persone “oggettivano” se stesse (il proprio corpo, la propria casa, la propria routine quotidiana), i propri amici e la propria famiglia invece di cercare con essi una connessione autentica». Una dichiarazione impegnativa che però il neoregista ha saputo argomentare con competenza, evitando di fare la figura del secchione quando ha confessato di sapere bene che «si tratta di un tema pesante. Proprio per questo ho vouto usare un approccio umoristico, che lo rendesse in qualche modo leggero. Non volevo scrivere un saggio, ma fare del buon intrattenimento». Obiettivo centrato, anche se per evitare la R (il temuto divieto ai minori di 18) negli Usa il film, dove si vede e si intuisce parecchio, dovrà essere taglizzato. Poco male, fedele alla sua prima dichiarazione, Gordon Levitt ritiene che sia «più importante il ritmo della storia (che deve dare l’idea della rassicurante routine che Jon si è costruito per mantenere il mondo e le persone a distanza) che quello che si vede sullo schermo negli inserti dei filmati porno». Un film, dunque, in cui forma e contenuto vanno di pari passo… Non a caso i modelli che il giovane regista ha citato vanno da Tarantino a Nolan, passando per i fratelli Coen e quel Ryian Johson con cui ha girato il recente Looper .

«La cosa importante non è il budget -insiste il giovane filmaker- ma aver qualcosa da dire». E lui, che ha inaugurato un esperimento di “open collaboration production company” (il suo sogno è dirigiere un film scritto proprio sulla base di questo processo creativo collettivo)  di cose da dire ne ha tante. Sul ruolo dei media e sulla loro influenza sul nostro modo di rapportarci agli altri, sulla responsabilità di chi produce, ma anche di chi consuma i prodotti culturali. È così, infatti, che si creano le  posizioni, egualmente “estreme”, di chi, come Jon, preferisce il porno alla vita vera perchè gli consente di mantenere un assoluto controllo, ma anche di «persone come Barbara, nutrita di un romanticismo assoluto che la fa poi diventare egoista e dittatoriale». Molta carne al fuoco, dunque, per una pellicola che se pure mostra qua e là una punta di autocompiacimento, resta fedele all’intenzione del suo autore, passando con leggerezza attraverso i campi minati della critica ai media fino a un atipico lieto fine.


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