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Flight

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[Flight, USA 2012, Drammatico, durata 138'] Regia di
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Dopo aver sperimentato per anni l’animazione con la tecnica della motion capture (Polar Express) Robert Zemeckis torna al live action puntando tutto, come in Castaway e Forrest Gump, su un attore. Denzel Washington vince la sfida candidandosi per un terzo meritatissimo Oscar.

In un mattino di metà autunno, il SouthJet 227 parte da Orlando, Florida, per quello che dovrebbe essere uno dei suoi soliti voli di routine. Il Comandante Whip Whitaker è al comando insieme al suo giovane e perfettino co-pilota e primo ufficiale Ken Evans, che è l’opposto di Whip in tutto. L’aereo si imbatte presto in una turbolenza più intensa del previsto ed entra in una forte tempesta. Mentre il comandante riesce a portare l’aereo fuori dalla tempesta, improvvisamente compaiono una serie di inesplicabili guasti meccanici che rendono l’aereo ingovernabile. Impossibilitato a portare l’aereo fino all’aeroporto più vicino, Whip decide di tentare un atterraggio d’emergenza. Grazie alla sua abilità l’atterraggio riesce, anche se sei persone, delle centodue che erano a bordo, perdono la vita. Per il suo miracoloso atterraggio, i media acclamano Whip come un eroe. Ci sono però delle questioni irrisolte. La causa del disastro non è completamente chiara ai suoi superiori e in particolare al NTSB (National Transportation Safety Board), anche se Whip è piuttosto sicuro che se non ci fosse stato lui in cabina di pilotaggio l’aereo sarebbe sceso in picchiata e tutti i passeggeri sarebbero sicuramente morti. Ciononostante segue un’indagine. L’indagine va per le lunghe e Whip, che lotta contro i suoi considerevoli demoni, deve lottare adesso anche contro l’accusa di aver provocato il disastro.

“Quello che mi ha davvero catturato è stata la complessità di tutti i personaggi – dice il regista Zemeckis – che hanno tutti delle sfumature. Non sono i tipici ‘bravi ragazzi e/o cattivi ragazzi’. Ognuno nel film è, in qualche modo, messo in pericolo, e questo diventa il motore drammatico del film. Denzel Washington è candidato all’Oscar come miglior protagonista.

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Regia
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Una recensione su Flight

  • Avatar di cineMania
    cineMania scrive:

    Un film drammatico travestito da disaster movie, con una parvenza malinconica anni settanta.
    Robert Zemeckis serve un menu decisamente appetibile: un antipasto d’azione adrenalinico ed emozionante; un primo con celebrazione dell’eroe che ha salvato molte vite, un secondo all’impronta del mutamento e della volntà di redenzione, infine un dessert (condito con un tocco di retorica che inasprisce i sapori) liberatorio e promettente, all’insegna del riscatto personale e del riconoscimento dei propri limiti oltre che dell’incapacità di affrontarli.
    All’azione segue una tormantata distensione e una serie di situazioni che pongono molti interrogativi al protagonista, domande ardue direttamente collegate alla capacità di reagire alla dipendenza, al destino e alla rilevanza che questo potrebbe avere nel districarsi della casualità dell’esistenza. A questo proposito memorable l’incontro sulle scale dell’ospedale tra Whip Whitaker (interpretato da un Denzel Washington davvero a suo agio), Nicole (Kelly Reilly, adatta nella sua fragilità fisica/interiore) e un terzo avventore malato di cancro.
    Tre personalità differenti, legati da una comune “debolezza”: la dipendenza da qualcosa. Questo “qualcosa”, apparentemente la dipendenza da sigarette che li porta ad incontrarsi, a prima vista, in modo del tutto casuale, è concretizzato in ognuno di loro in aspetti diversi.
    Il pilota brillante, in grado di fare atterrare un aereo in condizioni impossibili da fronteggiare, tecnicamente ineccepibile (anche se sotto l’effetto di vodka e cocaina) e dipendente dall’alcool e dalla droga.
    La ragazza drogata e insicura, giovane e debole che si aggira per le scale dell’ospedale con passo stanco e con atteggiamento più vecchio e rassegnato di quello che la sua età biologica dovrebbe ammettere.
    Due personaggi che hanno in comune la capacità autodistruttiva di cedere alla dipendenza e di farsi del male, rifiutando una vita che avrebbero potuto gestire in maniera differente.
    Infine il terzo personaggio, che interpreta un ruolo quasi da giudice, mostrando quello che gli aspetta: un malato terminale di cancro, una persona che sa quando e come morirà ma che, nonostante questo e forse proprio per merito di questa drammatica situazione, riesce a essere assolutamente lucido e più positivo e propositivo dei due: una personalità che comprende quelle dinamiche complesse della casualità e della causalità che sfugge loro.
    E sarà proprio suo il merito di dare senso e rilevanza al loro incontro “casuale”, a stimolare la volontà di vedersi ancora, anche al di fuori di quell’ambiente ospedaliero, sicuro e “controllato”.
    Un cast azzeccato e in forma: Denzel Washington interpreta alla perfezione quello che è, probabilmente, uno dei suoi ruoli più complessi da rendere al meglio, dove tutto si gioca sull’impercettibile limite di una espressività minuziosa e sempre ben curata, dove i momenti più intensi e comunicativi sono anche e soprattutto quando non parla, o meglio, quando parla con l’espressività facciale ed esplicita il tormento della dipendenza dall’alcolismo e la volontà di uscirne con piccoli ma indovinati gesti. Per non parlare della semplicità con cui riesce a passare dalle tinte forti dall’arroganza ai colori sbiaditi dell’insicurezza, non tralasciando di mostrare ognuna delle sfumature intermedie.
    Robert Zemeckis, con grande mestiere, dirige con mano sicura anche se si lascia coinvolgere completamente dalla sceneggiatura al punto che, in un paio di occasioni, cede il passo a situazioni ripetitive e che, francamente, non hanno molto da aggiungere: ma anche questo, alla fine, fa parte di un gioco ben calibrato e assolutamente entusiasmante dove si punta a guidare lo spettatore attraverso rallentamenti e distensioni che sono le stesse che, suo malgrado, subisce il protagonista in quel suo mondo ovattato e percettivamente distorto dall’alcool.
    Eravamo abituati a un altro Zemeckis, quello della prima parte del film, che fa parlare la storia soprattutto tramite l’azione e non, come ha brillantemente fatto in questa occasione, attraverso la “reazione all’azione”.
    Un film notevole, forse leggermente troppo lungo, ma comunque piacevolissimo e che si fa apprezzare non immediatamente: è una pellicola “a rilascio lento”, che ha bisogno del suo tempo perchè venga adeguatamente metabolizzata nel ricordo.

    (di Francesco Ippolito)

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