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Tutto Tutto Niente Niente: intervista al regista e allo sceneggiatore

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Il lavoro che avete fatto sui costumi è davvero stupefacente. Oltre ai completi eccentrici e coloratissimi di Cetto, tutti i personaggi sono vestiti in maniera davvero surreale: si pensi solo al sottosegretario che è un mix tra una rock-star e lo stilista Karl Lagerfeld, ma anche alla mantellina-impermeabile con il disegno di Frengo che vede la Madonna… Ma come diavolo vi sono venute certe idee? Dite la verità, Frengo vi ha passato un po’ del suo tè “aromatizzato” per creare dei costumi così assurdi?

Giulio Manfredonia [regista]: Concordo, quello sui costumi è stato un lavoro stupefacente. Il costumista , ben consapevole di quanto il suo lavoro fosse estremo e fuori di testa, mi ha addirittura tenuto nascosto molto materiale fino all’ultimo. Con lui avevamo già lavorato insieme per e da lì avevamo iniziato a costruire qualcosa di particolare, a immaginare un mondo “alterato”. L’alterazione, del resto, è già ben presente nei testi di Antonio [Albanese]: Cetto è un personaggio che propone di costruire un ponte di pilu con una corsia riservata a peluche, difficilmente un personaggio del genere può essere raccontato in chiave realistica. Serve un impianto surreale, estremo, allegorico. E l’estro e la fantasia di erano perfetti per vestire quest’uomo allucinante: lui, come del resto lo scenografo , ha un approccio autoriale, ci mette arte nel mestiere che fa. Far bene dei costumi non vuol dire fare solo degli abiti che stiano bene ma soprattutto aiutare il racconto e la caratterizzazione del personaggio.

Piero Guerrera [sceneggiatore]: Rispetto a Qualunquemente, il lavoro sui costumi fa qui un ulteriore passo avanti. A livello di sceneggiatura, di di scrittura noi abbiamo dato certo degli stimoli, ma sia Roberto (il costumista) che Marco (lo scenografo) sono andati oltre. Tanto che io e Antonio [Albanese], a volte, eravamo preoccupati che stessero un po’ esagerando. All’inizio è stato uno shock ma poi abbiamo capito che era la strada giusta. Molto doveva passare dai costumi anche perché la comicità di Antonio è comicità visiva, fisica.


[A questo punto vengono chiamati a gran voce e coinvolti nell’intervista il costumista Roberto Chiocchi e lo scenografo Marco Belluzzi]

Roberto Chiocchi: Albanese mi ha dato carta bianca e mi ha premesso di fare delle cose che in Italia è molto difficile fare, anche a causa della nostra tradizione di neorealismo. Invece Antonio mi ha detto: “immagina come se Topolino andasse a Roma”. Abbiamo puntato su qualcosa di visivamente diverso, lontano dalla solita commedia intrisa di realismo.

Marco Belluzzi: La comicità di Antonio ti porta sulla strada in cui è tutto inventato e poi lui è un regista che ti dà la massima libertà. Non solo ha accettato le nostre folli scelte ma le ha anche cavalcate: lui è dotato di una ironia un po’ folle che ti porta sui sentieri di Jacques Tati e dei Monty Python. Una dimensione surreale nel senso più alto del termine.

 

Tra le varie new-entry, oltre al luciferino sottosegretario del Consiglio interpretato da Fabrizio Bentivoglio, diverte molto il personaggio di Lunetta Savino: questa madre estremista cattolica che vuole che il figlio, un cannaiolo come Frengo, sia fatto Beato… Come è nato questo personaggio?

Piero Guerrera [sceneggiatore]: Come si vede nel film, per tutti e tre i personaggi di Albanese c’è una spalla, o meglio uno specchio comico: Cetto ha Pino, Rodolfo ne ha addirittura due (il fratello muto e l’amico), Frengo ha questa madre molto particolare. Com’è nata? Ora vi dico la verità, ma sappiate che ne va della mia incolumità [ride, ndr]. Be’ io ho una mamma meridionale e dico sempre che le ho salvato la vita andandomene via di casa, se no sarebbe finita male: lei è una di quelle madri premurose e protettrice, ma di quell’affetto che rischia di ucciderti. Io ho lasciato la Calabria per tentare di viverci pacificamente: ho messo tra me e lei questi 1.400 km che mi permettono di volerle bene senza patire. E il personaggio della mamma di Frengo si ispira a lei e a tante altre madri meridionali che conosco.

Giulio Manfredonia [regista]: Ogni volta che leggevamo il copione, tra l’altro, ci dicevamo: per questo personaggio sarebbe perfetta Lunetta Savino, peccato che sia troppo giovane [ha solo 7 anni in più di Albanese, ndr]. Finché un giorno mi sono detto: ma gli attori cambiamo, proviamo a farle un provino, vediamo di invecchiarla e capiamo se lei può funzionare. Ebbene, Lunetta si è divertita moltissimo all’idea di camuffarsi e grazie allo straordinario lavoro di trucco, parrucco e costumi, funzionava benissimo. Lunetta imprimeva inoltre il personaggio di una certa follia gioiosa che dava quel tocco di allegria necessario al nostro film: un mix di surrealismo e divertimento.

E a vedere il film, si percepisce il sottile e accurato lavoro che avete fatto su questi personaggi secondari…

Giulio Manfredonia [regista]: Per fare una metafora che funziona bene, possiamo dire che è un ottimo primo violino che suona straordinariamente bene anche perché alle sue spalle c’è un’orchestra molto affiatata. Tutti, dalle già citate new-entry Bentivoglio e Savino ai personaggi del primo film come Nicola Rignanese, Davide Giordano, Lorenza Indovina, hanno fatto un ottimo lavoro.

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