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Recensione del film Anna Karenina (2012) – Schiavi d’amore | Movieplayer.it

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Quinta prova alla regia di un lungometraggio cinematografico per Joe Wright, già autore degli adattamenti di opere di narratica importanti come Orgoglio e Pregiudizio ed Espiazione, che torna dietro alla macchina da presa per adattare il monumentale romanzo di Lev Tolstoj, Anna Karenina, fiore all’occhiello della sezione Festa Mobile del Torino Film Festival. Fino ad oggi sono state oltre una decina le trasposizioni cinematografiche del capolavoro di Tolstoj, interpretato da icone come Greta Garbo, protagonista della versione del 1935, diretta da Clarence Brown, o Vivien Leigh, stella della pellicola di Julien Duvivier del 1948. In questo gruppo esclusivo di primedonne aggiungiamo, con qualche comprensibile perplessità, anche Keira Knightley. Fasciata da strettissimi corsetti, con il velo che nasconde il volto di amabile creatura, Anna, moglie dell’ufficiale Karenin, è una delle donne più in vista di San Pietroburgo, città così scintillante della Russia Imperiale di fine Ottocento da far sembrare Mosca una paese di provincia. Durante un viaggio a casa del fratello, sul punto di essere lasciato dalla moglie Dolly per via delle sue frequenti infedeltà, Anna conosce il conte Vronsky, affascinante ufficiale di cavalleria che subito la attrae. Per quel giovane dai capelli biondi, Anna mette in discussione le proprie certezze, incurante del clamore suscitato e sostenuta solo dalla forza della sua passione. Rompe il matrimonio, dà alla luce una bambina, frutto della relazione adulterina, e spezza il cuore di Kitty, giovane sorella della cognata Dolly e promessa sposa di Vronsky, successivamente sposa felice del proprietario terriero Levin. Fino a quando, abbandonata dall’uomo amato, irretito da un’altra, non decide allora di liberarsi da sé stessa.

Keira Knightley bacia Aaron Johnson in una scena di Anna Karenina Non si grida allo scandalo per il ‘tradimento’ del romanzo di Tolstoj, diventato nelle mani del cineasta inglese una sorta di musical, anzi. La capacità del testo di resistere anche alla più spericolata rielaborazione ne sottolinea l’assoluta modernità; tuttavia, quello che avrebbe dovuto essere l’aspetto rivoluzionario della rilettura di Joe Wright, supportata dalla sceneggiatura di Tom Stoppard, ossia la manifesta teatralità della messa in scena, il suo aspetto palesemente fittizio, con tanto di quinte e palcoscenico in bella mostra, priva la storia di qualunque pathos, riducendola ad uno spettacolo superficiale, che non riesce ad andare oltre il semplice schema dell’azione. Automatici nei loro movimenti studiati, i personaggi somigliano così a quelle bamboline di carta che si ritagliano e stanno in piedi a fatica; che sia un’allusione alle ferree gerarchie sociali imposte all’epoca è più che evidente, ma al di là del curioso espediente, il sistema, così congegnato, frappone una barriera pesante con il pubblico e la cosiddetta quinta parete ideale non viene sfondata. Ciò che in Tolstoj è tragedia degli affetti, dramma della pazzia, diventa nel film di Wright un rincorrersi di figurine monodimensionali, incapaci di incarnare quel dolore che smuove gli animi e inumidisce gli occhi.

Un irriconoscibile Jude Law protagonista di Anna Karenina Anna Karenina è il simbolo del peccato punito, il bersaglio delle malelingue, la vittima predestinata dell’ipocrisia dei nobili e non l’eroina che scandalosamente si consuma per amore. Se questo può soddisfare coloro che si lasciano affascinare dall’elegante cura del dettaglio, di certo lascia l’amaro in bocca a chi ad una storia chiede qualcosa di diverso, specialmente se si tratta dell’adattamento di un romanzo tra i più importanti della letteratura moderna. Retorica nel linguaggio e fin troppo ridondante, la regia di Wright riesce a regalare almeno un momento memorabile, ossia il corteggiamento di Kostja e Kitty attraverso i cubi giocattolo; una sequenza in cui il sentimentalismo lascia spazio ad una vera emotività, girata con quella sobrietà che avrebbe potuto essere la nota dominante di tutto il film. Sono proprio i personaggi secondari, interpretati da Domhnall Gleeson e Alicia Vikander, a catturare e irradiare la luce contenuta nel libro, diventando molto più interessanti dei due protagonisti, Keira Knightley e Aaron Johnson, francamente smarriti nei panni di Anna e Vronsky. Dolente e convincente, invece, il Karenin di Jude Law.



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