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Recensione del film Taken: la vendetta (2012) – From Istanbul with Love | Movieplayer.it

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Che si debba affrontare il traffico mattutino o una banda di sicari albanesi nel cuore di Istanbul, l’importante è portare in borsa almeno un paio di granate. Serviranno a farsi localizzare dal salvatore di turno meglio di qualunque sofisticato GPS satellitare. A lanciare questo nuovo must have è la giovane Kim che, illusa dal miraggio di una vacanza rilassante nella capitale turca con la sua famiglia, si trova a fuggire sui tetti della città lanciando bombe per cercare di soccorrere un padre forse un po’ troppo in action. Il problema è che, se sei figlia dell’ex agente della CIA Bryan Mills, non puoi certo aspettarti un normale fine settimana di relax, soprattutto se a sua insaputa è diventato il protagonista di una vendetta dove le parole d’ordine sono tortura e morte. La faida è iniziata a Parigi mesi prima, dove Brian, per rintracciare e salvare Kim caduta nelle mani di trafficanti di prostitute, dà fondo a tutta la sua esperienza per stanare e massacrare i responsabili. Tra di loro c’è anche Marko, il figlio di Murad che, desideroso di vendicare l’uccisione del suo primogenito, inizia una caccia all’uomo lungo i vicoli bui e affollati di Istanbul. Inevitabile, dunque, visto l’intreccio classico di un film d’azione, trovarsi immersi tra sparatorie, esplosioni e inseguimenti all’ultimo respiro. Del tutto inaspettata, invece, è una comicità evidentemente involontaria che caratterizza azioni e parole dei protagonisti dall’inizio alla fine della vicenda.

Liam Neeson in Taken 2 Ed è proprio grazie a questo effetto non voluto che Taken: la vendetta acquista un minimo di personalità, rischiando di trasformarsi in un cult movie più vicino alla parodia che alla seria riproduzione di un action. A creare l’effetto contribuisce notevolmente l’immagine un po’ stanca e sconfitta del gigante Liam Neeson che, a metà strada tra l’emotività di un padre borghese dedito a impartire lezioni di guida alla figlia diciassettenne e la freddezza di un sicario della CIA, si trasforma all’occorrenza in una sorte di supereroe dagli incredibili poteri matematici e topografici. Conoscenze che lo aiutano a localizzare in pochi minuti il luogo dove è tenuta prigioniera l’ex moglie Lenore, lasciata perennemente svenuta ma “al sicuro” tra le mani dei nemici, e di dare le spalle al suo maggior contendente perché troppo stanco per continuare una faida inconcludente. Se a questo aggiungiamo lunghe conversazioni telefoniche con cui progettare la fuga, nonostante una condizione non certa ottimale rappresentata da manette e carcerieri certo non disposti a concedere facilitazioni, è possibile intuire il senso comico della nuova avventura spionistica del cinema francese in cui la violenza e la suspense non raggiungono nemmeno una forma embrionale.

Maggie Grace in Taken 2: una scena del film Così il film, diretto da Olivier Megaton, non concede certo grande spazio all’evoluzione dei personaggi ma concentra tutta la sua attenzione sulla potenza detonante delle esplosioni e il rumore di lamiere accartocciate. In questo, come nell’uso immancabile di un taxi giallo lanciato tra la folla da una ragazza americana ancora priva di patente, si nasconde il tocco e il gusto di Luc Besson, coinvolto nel progetto nella doppia veste di sceneggiatore e produttore. Attratto dalla velocità come dagli scontri armati, il regista francese, però, non riesce a riprodurre la formula perfetta con cui ha dato vita ai successi dei suoi primi anni. Nonostante il tentativo di creare intorno al personaggio di Bryan Mills una rete di legami famigliari e un passato da sostenere con fatica, la drammatizzazione del personaggio non si avvicina nemmeno lontanamente alla complessità dei suoi primi eroi caduti. Figlio di un dio minore, Bryan non sembra legato nemmeno da lontana parentela a Nikita e Leon, personaggi profondamente distanti dalla realtà quotidiana eppure umani e plausibili nel dolore che affligge il loro animo. Sarà per questo che, invece di concedergli una morte onorevole o una fuga avvolta nel mistero, al suo ultimo “eroe” tocca in sorte un finale ben più prosaico. Un saluto affettuoso, ma che sa di quotidianità, per concludere l’avventura filmica dell’ex agente Bryn Mills. Almeno si spera…



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