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Rick Baker: «Gli alieni di MIB 3 mi hanno fatto impazzire… soprattutto Boris»

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BM: Ha lavorato agli effetti speciali di tutti i Men in Black. Che cosa c’è di speciale per lei in questa saga?
Rick Baker: «La cosa fantastica di questi film è che non c’è stata una sola cosa da fare. È stato come unire in un unico film tante lavorazioni che avevo già fatto in altri film in passato. Abbiamo creato tutti questi alieni pazzeschi –  per alcuni di loro si trattava solo di maschere, per altri di trucco e per altri ancora si trattava di costumi completi –  abbiamo fatto pupazzi, animatronics (pupazzi meccanici), somiglianze e teste finte. Di solito non si trovano questi elementi tutti insieme in un solo film. Un’altra cosa eccezionale è che il regista Barry Sonnenfeld (leggi la sua intervista) mi ha sempre considerato come un suo collaboratore. In realtà mi mandò un’e-mail quando ancora Men in Black 3 era un progetto. Mi disse: “Rick, lo so che sei in pensione, ma non posso immaginare di fare questo film senza di te. Potresti prenderti una pausa dalla tua pensione e aiutarmi?”. Io gli risposi “Prima di tutto non sono in pensione. Secondo, non devi pregarmi per fare un film della saga Men in Black, sarò felice di farlo”. Mi ero davvero divertito a fare gli altri. Lui è fantastico per questo. Sono certo che a volte si sia innervosito per il fatto che io continuavo a fare domante in merito al copione. A volte dicevo “Non credo che così vada bene” oppure “Non capisco perché debba succedere quella cosa” o ancora “Questa cosa non ha alcun senso”. E lui mi rispondeva “Ci pensi troppo” ma poi quando ribattevo “Se lo facessimo così verrebbe ancora meglio” e lui mi diceva “Sì, in effetti così è meglio” (ride). Penso che abbia voluto fidarsi di me,  per certe cose ci contava».

BM: Quali sono state le sfide creative di MIB 3?
RB: «Sicuramente il personaggio di Boris, che non era stato sviluppato completamente nella prima stesura della trama.  Avrebbe sempre dovuto avere quella sua tipica connotazione di fondo da  biker ma c’era un altro aspetto totalmente nuovo che non mi convinceva fino in fondo. Ho provato a fare qualche bozzetto e qualche animazione a computer. Volevo che i suoi occhi fossero infossati nella testa e che si non vedessero praticamente mai. Sapevo che si sarebbe rivelato un problema… ed infatti così è stato.  Mi dicevano: “Dobbiamo fare in modo che gli si vedano gli occhi… altrimenti non possiamo capire dove sta guardando” e io rispondevo: “Appunto! È esattamente questo che lo rende ancora più spaventoso” e loro: “Ma cosa c’è dietro … o dentro?”; “Non lo sappiamo” rispondevo io, “… e quando lo si dovrebbe scoprire?”, “Mai”. (ride) E ho continuato a fare come credevo. Ho detto: “Personalmente credo che sarebbe  più bello non vedere mai i suoi occhi, non capire mai se ti sta guardando o no, lo renderebbe ancora più spaventoso” e alla fine l’abbiamo fatto più o meno in questo modo».

BM: Hai mai dovuto tenere a freno le tue creature per renderle più adatte al pubblico delle famiglie?
RB: «Quando ho mostrato per la prima volta il materiale di Boris mi hanno tutti detto che era un po’ troppo da film dell’orrore. “Avete mai visto il primo MIB?” ho chiesto, il personaggio di Edgar sembrava in tutto e per tutto un personaggio da film horror. Non ci siamo trattenuti con lui ed è diventato un personaggio molto popolare che ha funzionato molto bene. Ho detto: “Credo che non sia necessario abbassare i toni del personaggio di Boris, non è come appare ma quello che fa, l’importante è che non vada in giro a decapitare la gente”. Ed è così che abbiamo avuto qualche problema con la censura.  Un’ altra cosa è stata che Boris avrebbe dovuto comparire nel mondo degli umani e io mi trovavo con un essere umano che teneva in mano i suoi occhi e se li infilava in testa. Mi dissero che le persone avrebbero capito subito che era un alieno. Dissi loro che vedendolo da lontano sarebbe sembrato esattamente come un essere umano. Visto da vicino, con i primi piani, il pubblico avrebbe capito quanto faceva paura e sarebbero stati i primi a voler evitare il suo sguardo e di avere un contatto visivo. Alla fine l’hanno approvato così».

BM: Parte del film è ambientato negli anni ’60. Come ha influenzato il design dei suoi personaggi?
RB: «Sono cresciuto in quegli anni. Ho visto tutti i film di quel periodo e degli anni precedenti ed è stato grazie a quei film che faccio quello che faccio. Quando abbiamo girato il primo Men in Black mi dissero: “Vogliamo alieni come non se ne sono mai visti”. E io risposi: “Sarà molto difficile allora”. Tempo prima, lavorare sulla scena della cantina per Star Wars era stato molto più facile dato che all’epoca non c’erano molto film con così tanti alieni. Poi quella scena fu fatta e rifatta così tante volte e con così tanti alieni che ora era infinitamente più complicato. Gli dissi: “Perché non rifare gli alieni come quelli che abbiamo sempre visti soltanto fatti meglio?” . Come se chi avesse fatto quegli alieni li avesse davvero incontrati e li avesse ridisegnati. Ma non gli piacque. Poi vidi la scena del salto nel tempo e dissi: “Dobbiamo fare così: nel 2012 gli alieni hanno l’aspetto che tutti conosciamo; gli alieni del 1969 dovrebbero essere alieni retrò. Dovrebbero avere cervelli enormi e occhi da insetto, caschi e tute spaziali ad anelli. Dovrebbero avere un look retrò così come anche il quartier generale”. Questo gli piacque e mi dissero: “Sì, è perfetto”.  Per questo devo ringraziare enormemente tutti i film che ho amato».

BM: È stato coinvolto nel processo di trasformazione di Josh Brolin nel giovane Tommy Lee Jones?
RB: «Più che altro come consulente. Barry voleva che lo facessi io ma Josh voleva lavorare con Christien Tinsley, la sua persona di fiducia, che aveva lavorato con lui in molti altri film. Dissi a Barry: “Conosco Christien molto bene e sono certo che saprà cavarsela egregiamente. Farà un ottimo lavoro. Ovviamente mi consulterò con lui ma ho già fin troppo alieni di cui preoccuparmi ogni giorno”.  Feci un fotomontaggio di come poter trasformare Josh in Tommy. Dissi: “Penso che potremmo lavorare sul naso e sulle orecchie”. Christien mi rispose: “Josh vorrebbe lavorare sulle guancie, la fronte e alcune altre cose”. Risposi: “Scommetto che alla fine lavoreremo sul naso e sulle orecchie”. E infatti è andata così. Hanno sperimentato diverse cose. Devo dire che Christien ha fatto davvero un lavoro esemplare. Impeccabile. E Josh era fantastico. Il primo giorno in cui interpretò K sul set non ci potevo credere. Chiusi gli occhi, lo ascoltai e dissi: “Questo è Tommy!”. Avevo lavorato tantissime volte con lui e Josh era davvero riuscito ad essere lui».

BM: Quali sono le cose più divertenti e bizzarre che gli attori fanno per passare il tempo quando sono al trucco?
RB: «Jemaine Clement (Boris) il più delle volte dormiva, che andava bene fino a quando non dovevamo svegliarlo. (ride) Lo aiutava a entrare nel personaggio. La maggior parte degli attori, dovendo trovare un modo per passare tre ore leggono un libro o parlano al telefono o fumano. Questo rende il tutto molto più complicato, specialmente se stai cercando di attaccare un orecchio a qualcuno e questo sta parlando al telefono. Una volta dovevo mettere un naso su una persona che stava leggendo un libro e indossava gli occhiali, così gli dissi: “Ti devi togliere gli occhiali”. Lui mi rispose: “Ma così non riesco a leggere!”. So che è noioso per tutti dover stare seduti così a lungo ma lo sapevano quando hanno accettato il lavoro. Quando ho fatto Il Pianeta delle Scimmie di Tim Burton, dissi: “Tim, prima di iniziare voglio incontrare tutti gli attori prima che firmino i contratti perché voglio far loro capire come diventerà la loro vita”. Non gli ho risparmiato niente. Ho mostrato loro tutto il procedimento. Gli feci vedere un video in cui mi truccavo da solo. Mostrai dei denti e come metterli. Poi gli feci vedere come fare a parlare una volta indossati e gli dissi che avrebbero dovuto fare molta pratica. Ho voluto dar loro un’immagine molto realistica e gli ho detto: “Se non volete affrontare tutto questo, rinunciate ora prima che lavoriamo su tutte queste cose inutilmente”. Non abbiamo avuto problemi con nessuno. A dire il vero Tim Roth disse: “Possiamo aiutarvi in qualche modo?” e io gli risposi: “Certo. Se vi sedete e state fermi come manichini, possiamo finire il trucco in due ore. Se fate altro, ci vorrà di più”. Spesso gli attori si prendono delle pause. Vanno in pausa e tornano dopo quarantacinque minuti dicendo: “Sono stato seduto al trucco per sei ore”. No, a dire il vero sei stato al trucco per tre ore e le altre tre sei stato a spasso. Tim Roth si sedeva qui e stava fermo come un manichino ed in poco più di due ore avevamo già finito. Per tutti gli altri ci sono volute circa tre ore».

BM: Ha lavorato a film completamente diversi tra loro. C’è un genere sul quale le piace lavorare particolarmente?
RB: «I film dell’orrore sono il motivo per cui faccio questo lavoro. Horror, fantasy e sci-fi. Anche se non mi piace come i film horror sono diventati. Non mi piacciono la violenza, il genere torture porn. Cerco di evitarli anche se non è che io non abbia mai fatto cose sanguinolente.  Vorrei poter fare più film di mostri. Anche questo è il bello di Men in Black. Tutte le volte che c’è da disegnare un personaggio mi diverto moltissimo, sia che si tratti di un alieno sia che si tratti di un grasso professore nero. (ride) C’è sempre qualcosa di nuovo. Il make up de Il dottor Doolittle è stato molto più complicato che quello degli alieni. I personaggi umani sono sempre più critici perché anche se il pubblico non riesce esattamente a capire cosa c’è che non va, inconsciamente lo percepisce. Con gli alieni non sanno mai cosa aspettarsi e se anche c’è qualcosa fuori posto non capiscono che è un errore e quindi lo accettano».

BM: Le piace svelare i trucchi del suo mestiere come accade nei dietro le quinte dei contenuti speciali del dvd?
RB: «Ho sentimenti contrastanti. Quella parte di me che è stata un bambino curioso di capire come tutto questo potesse accadere senza avere queste informazioni a disposizione, è assolutamente a favore. Ricordo che quando feci Thriller, fecero anche un making-of completo che uscì con il video. Non vi so dire quante persone mi dissero che fu il motivo per cui decisero di fare questo lavoro e realizzare qualcosa di davvero creativo. Mi dicevano: “Lei ha fatto tutto questo. Ha fatto tutte queste cose e ci ha mostrato come farle”. Penso che questo sia una cosa buona. Ma ricordo anche che guardando L’Impero colpisce ancora o uno qualsiasi degli episodi in cui c’erano gli Ewoks, alcuni bambini che avevano visto come venivano realizzati gli effetti speciali se ne uscivano con: “Riesco a vedere la linea del trucco!”. Questo è lo svantaggio.  Vorrei tanto poter guardare alle cose con uno sguardo non condizionato da quello che faccio ma è difficile. Quindi da un lato mi piacerebbe non svelare il trucco e dall’altro credo sia giusto spiegare come nascano certe cose, anche solo per essere fonte d’ispirazione per altri».

BM: Secondo lei dove dovrebbe finire il trucco e iniziare il CGI?
RB: «Credo che ognuno debba avere il suo spazio. Questo è film è stato una combinazione dei due. Ad esempio era troppo difficile poter infilare un meccanismo che facesse sbattere le ciglia all’interno dell’uomo medusa. Per Ken Ralston sarebbe stato molto più semplice crearlo in CGI, così ci siamo messi d’accordo. È stata una combinazione perfetta dal momento che sappiamo benissimo che ci sono cose che il CGI riesce a fare e noi no. Aggiunge sempre qualcosa a quello che solitamente noi riusciamo a fare con un buon trucco. Ad esempio, per il personaggio di Voldemort in Harry Potter hanno dovuto sbarazzarsi del naso. Non avremmo mai potuto farlo così. Avremmo potuto andarci vicini, ma non sarebbe mai stato un naso e sarebbe comunque stato posticcio. Credo che l’equilibrio tra i due sia il segreto per fare le cose nel migliore dei modi, soprattutto al giorno d’oggi. Quello di cui sono geloso per quanto riguarda il CGI è che puoi sempre perfezionare, perfezionare e perfezionare. Quando feci Harry per Harry e gli Henderson, ci vollero tre persone – quattro se conti quello dentro il costume – che cercavano di muoversi come se fossero un unico personaggio. Quello che facemmo quel giorno, era esattamente quello che volevamo fare. Quando sei un computer animator, fai un primo tentativo. Lo guardi, lo aggiusti, cambi qualcosa qua e là. Vorrei che potessimo farlo anche dal vivo. Ma sono assolutamente a favore della tecnologia, mi piace. Solo non amo quando la si usa a sproposito facendo cose che potremmo benissimo dal vivo e molto più in fretta. Ci sono moltissimo effetti in CGI oggi, forse troppi. Non è la stessa cosa quando sai che uno ha rischiato davvero al sua vita per girare una scena. Quando stravolgi troppo le leggi della fisica e della gravità, togli loro il senso. In ogni caso lo ritengo uno strumento incredibile e ancora da scoprire».

BM: Lei ha vinto diversi Oscar e altre cinque volte ha ricevuto una nomination. È ancora un’emozione essere nominati?
RB: «Ancora oggi non riesco a credere di aver vinto degli Oscar. Mi suona stranissimo. Se penso che ho iniziato come se fosse un hobby da bambino. Ho dovuto risparmiare così tante paghette e falciare così tanti prati per poter compare la gomma per fare la mia prima maschera. Non sono nato nel mondo del cinema e non conoscevo nessuno nell’industria cinematografica. Ho fatto tutto da solo e avere vinto degli Oscar è davvero surreale. I premi sono una soddisfazione ma non è per quelli che faccio quello che faccio. Faccio cose belle perché mi piace guardare le cose belle. Voglio che siano il più belle possibile. Mentre lavoro non penso che lo faccio per vincere un Oscar. A dire la verità, io odio il momento degli Oscar – suona male lo so – perché mi spaventa a morte. Se ricevi una nomination e stai lavorando ad un altro film , ti tocca lavorare con il chiodo fisso in testa che gli Oscar si avvicinano. Se vincerai, dovrai fare un discorso davanti a milioni di persone. Se perderai, beh..avrai perso. È decisamente meglio vincere. Quei momenti sono sempre meglio se hai vinto, anche le persone ti trattano meglio. Non puoi scappare. Tutto ti ricorda gli Oscar. Guidi per strada e vedi i cartelloni pubblicitari. Accendi la TV e c’è uno spot. Ti fagocita. Ce l’hai sempre in testa e lavorare bene diventa difficile. Però se vinci è davvero incredibile. (ride) Ci sono anche i lati negativi. Alcune persone ti odiano perché tu hai sette Oscar e loro nemmeno uno. Oppure, pensano che diventerai più caro. Ma comunque resta una cosa surreale. È una parola che spesso viene usata per descrivere questo momento, perchè lo è per davvero. Quando chiamano il tuo nome e sali sul palco e fai il tuo discorso … sto sempre attendo ad impararlo bene a memoria perché quando sei là sopra non sai mai cosa potrebbe uscire dalla tua bocca. Quando scendi ti chiedi sempre “Avrò detto quello che volevo dire?” e non lo sai. È un’ esperienza davvero unica».
(Harrison Pierce)

(Foto: Getty Images)

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Leggi l’intervista al regista di MIB 3, Barry Sonnenfeld

Due scatti di Rick Baker in compagnia degli alieni di Men in Black 3:



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