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Recensione del film Gebo et l’ombre (2012) – Tutto per mio figlio | Movieplayer.it

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a cura di pubblicato il 05 settembre 2012
Tutto per mio figlioA quasi 104 anni Manoel De Oliveira ci regala un’altra parabola morale di grande impatto. L’occasione, stavolta, è l’adattamento di un testo teatrale del 1923, Gebo et l’ombre, di Raul Brandão. Il film omonimo affronta temi come la dignità della povertà, l’amore incondizionato per i figli, l’onestà e il sacrificio. De Oliveira costruisce il suo piccolo kammerspielfilm ricreando una visione tipicamente teatrale. Come suo solito le lunghissime inquadrature e la camera fissa sui personaggi conferiscono ieraticità alla dimensione visiva del film, a cui stavolta si contrappongono, però, i dialoghi serrati pronunciati dagli straordinari interpreti. Per la sua nuova opera De Oliveira riunisce la diva Claudia Cardinale, alla prima esperienza col maestro portoghese, la francese Jeanne Moreau, Michael Lonsdale e le presenze fisse Luis Miguel Cintra e Leonor Silveira. La Cardinale e Lonsdale interpretano due genitori in pena per le sorti del figlio Joao, che ha abbandonato la moglie Sofia a casa dei genitori per poi sparire nel nulla. Mentre il padre prosegue la sua esistenza modesta portando avanti con dedizione l’attività di contabile, lavoro che gli permette di sbarcare dignitosamente il lunario, la madre si angoscia perché non ha notizie del figlio. Quando Joao torna, però, rivelerà la sua vera natura, opposta alla lucida moralità del vecchio padre.

Gebo et l'ombre: Michael Lonsdale in una scena del film Come da tradizione, Gebo et l’ombre opera per sottrazione presentando pochi, ma significativi movimenti di macchina e un montaggio funzionale ai ‘cambi di scena’. L’estetica del film non si discosta dalle altre opere dell’anziano maestro ambientando l’azione in una casetta visibilmente artificiosa – omaggio alle scenografie teatrali – all’interno della quale i personaggi, con il loro viavai, riproducono le entrate e uscite di scena anch’esse tipiche del teatro. Pochi ingredienti essenziali, illuminati da fotografia cupa e assai poco varia, contribuiscono a creare un’atmosfera intima e povera, quasi monastica. La volontà di De Oliveira è piuttosto chiara. Il fulcro dell’attenzione deve essere la parola, pronunciata da una manciata di straordinari interpreti, mostri sacri della storia del cinema europeo, a cui si aggiunge, nel ruolo del dannato Joao, Ricardo Trepa, nipote e attore feticcio di De Oliveira. L’innesto di Jeanne Moreau infonde nella storia quell’ironia propria di uno sguardo esterno caustico e sornione, quello dello stesso regista. Nonostante un incipit eccessivamente verboso, la storia cresce man mano che il film procede e non mancano alcuni sconvolgenti colpi di scena che rimescolano le carte in tavola fino allo sconvolgente finale. Il cinema di De Oliveira si mantiene lucido e vitale e utilizza gli strumenti della tradizione per parlare alle nostre coscienze, insegnandoci una lezione sempre nuova. Prezioso ed essenziale per chi è capace di saperlo ascoltare.



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