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I segni di Signs

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di Francesco

La fantasia insita nel mezzo cinematografico, che da sempre lo caratterizza, e il dato reale tipico dell’oggettività con la quale percepiamo la concretezza del quotidiano (cui sovente, non senza colpa, ci abituiamo stimolati forse dalla necessità di individuare punti saldi e facilmente riconoscibili), in alcune rare occasioni entrano in una sorta di legame di interdipendenza tra loro, contaminandosi vicendevolmente.

La “fantasia della realtà” è data, in maniera decisamente artificiale (ma non per questo percepita come meno convincente o coinvolgente – pensiamo al cinema, per esempio -), anche come “realtà della fantasia”, spesso trascurata o considerata come la facile e semplicistica arringa di persone insoddisfatte del dato reale.

Andando ad affrontare un’opera che tratta con i mezzi della fantasia delle realtà presenti nel quotidiano (i esistono, su questo non c’è dubbio, ad essere messo in discussione non è il loro “darsi” – facilmente riscontrabile da chiunque voglia farsi un viaggio in per ammirarli dal vivo – ma la verità di ciò che essi rappresentano, oltre che la loro origine) occorre tenere ben distinti questi due ambiti.

La narratività simbolica.

è un regista eccentrico e poliedrico, con un gusto particolare per la citazione.
Già con i suoi due precedenti lungometraggi (“ – Il predestinato” [2000] e “ – Il ” [1999]) ci aveva abituato ad un cinema non banale e scontato, un cinema che sa giocare sui rimandi, sulle allusioni e, soprattutto, sulla difficile interpretazione del dato reale (basti pensare all’autentica beffa del protagonista de “Il ”, che non ha una precisa consapevolezza di sé e che, fino alla fine della pellicola, si crede – e si fa credere dal pubblico – quello che non è) o anche sull’imprevedibilità, sull’impossibilità di conoscere realmente “l’altro” che, spesso e volentieri, appare differente da come lo si credeva (l’antagonista di in “Unbreakable”, per esempio).
I segni nel grano (i cosiddetti “”) sono in realtà un pretesto per rappresentare la reazione dell’uomo nei confronti dell’ignoto, dell’inconoscibile.
I segni sono assunti come mezzi attraverso i quali è possibile indagare la capacità del singolo ad “avere fede” in un qualcosa che non si è ancora dato, con precisione, nella realtà.
Si tratta di una fede non molto differente, dal punto di vista delle reazioni psichiche, da quella che porta il credente ad aver fiducia in Dio: cambia solo l’oggetto dell’identificazione.
Non è un caso se il protagonista, (un “legnoso” , ma questo è un altro discorso…), è un pastore che ha perso la fede in seguito alla morte della moglie.
Ogni uomo interpreta l’ignoto a suo modo.
Quando arrivano i dischi volanti gli alieni non sbarcano subito, il mondo intero, quindi, ha una notte per interrogarsi e per decidere come interpretare la loro presenza.
Sono venuti a conquistare la terra?
Sono venuti in pace?

Gli orientamenti generali sono riassumibili in due differenti tendenze: si può non credere più in nulla e rassegnarsi all’inevitabilità della morte, interpretare l’arrivo degli alieni come distruttivo e predeterminato, un qualcosa cui l’umanità, nella sua apatia delle intenzioni, non può contrastare in nessun modo; oppure si può credere, avere fede, sperare che gli alieni vengano in pace e, se così non fosse, avere fiducia nei segni del destino, di un destino che qualcuno chiama “Dio”: credere e sperare di avere ancora una possibilità.

Il protagonista subisce, nel corso del film, una vera e propria evoluzione-rivelazione (come tutti i personaggi dei film di Shyamalan), transita, proprio grazie all’intervento degli alieni, da una perdita generalizzata della credenza, umana e religiosa, ad una rinnovata fiducia nei segni del destino che, alla fine della pellicola, verranno a coincidere con la fede stessa.

I segni, infatti, non sono soltanto quelli incisi nel grano, ma anche quelli rinvenibili nella quotidianità: la frase della moglie del protagonista che, prima di morire, suggerisce la soluzione al futuro enigma (che non viene subito percepita per quello che è), oppure la mania della bambina a lasciare in giro per casa bicchieri d’acqua semipieni perché “contaminati” (da cosa?).

Da un punto di vista simbolico si possono individuare molte altre rilevanti implicazioni teoriche quali i “segni della vita” che, almeno nel film, non vengono mai giudicati come gratuiti o inutili ma sono invece denotati come utili e necessari strumenti di interpretazione semiologica del dato reale, non immediatamente comprensibile nella sua totalità.

Le citazioni.

Shyamalan dimostra di aver compreso la lezione del cinema del passato per quanto riguarda la costruzione della tensione.

In particolare risulta impossibile non pensare ad vista la particolare costruzione delle sequenze cosiddette “a suspance”, realizzate “artigianalmente”, come si faceva una volta, senza l’ausilio di effetti speciali (questi ultimi sono presenti, ma solo per mostrare l’alieno).

Il rimando a pellicole hitchcockiane è altrettanto evidente nella colonna sonora, che da subito si delinea come strettamente hermanniana (l’anima di sembra rivivere in queste melodie) nel suo porsi drammaticamente, fin dai titoli di testa, e nel sottolineare la tensione sottile che attraverserà tutto il film.

” fa riferimento a grandi successi commerciali quali “” di , “L’invasione degli ultracorpi” di ; e come non pensare ai film di (uno su tutti: “”) quando i protagonisti si barricano in casa? Oppure a “” di Byron Haskin?

I “segni” tipici del di fantascienza anni ’50 sono rispettati su due fronti: quello della presenza degli oggetti semiologici tipici di questo cinema “di genere” (la piccola fattoria isolata nel bel mezzo della campagna, la radio che rileva le presunte conversazioni degli alieni, la carta stagnola che i due bambini si mettono in testa come fosse un casco protettivo per non farsi leggere nel pensiero dagli alieni) e quello relativo ad una precisa caratterizzazione fisica dell’invasore spaziale, tipica del “sotto genere” in questione: il mostro verde, intimorito e aggressivo allo stesso tempo, con lunghe unghie che fungono anche da arma.

In particolare appare facile, in alcune inquadrature ravvicinate, individuare la calzamaglia verde indossata dall’attore che interpreta l’alieno, a mio parere chiara scelta stilistica volta ad omaggiare, oltre che un genere, un regista che di questa cinematografia si fece paladino: , universalmente considerato come il peggior cineasta della storia.

Un film che “attraversa” la storia del cinema dell’america nel decennio 1950 – 1960, attingendo tanto ad , per quanto riguarda la costruzione drammatica, quanto a Wood, per l’omaggio all’ingenuità spontanea e fascinosa della rappresentazione.

La rappresentazione del diverso.

Nel suo primo film (“Il sesto senso”) Shyamalan rappresenta un personaggio che è nel mondo senza viverci, cammina nelle strade pur senza esserci realmente, è spirito irreale e neanche lo sa.
E’ in atto un binomio esplicito: realtà (vita) e spiritualità (morte o, meglio, vita oltre la morte).
Lo spirito del protagonista crede di vivere in un contesto reale pur essendo, fin dall’inizio, già morto.
La contaminazione ambivalente della fantasia nella realtà e dell’irruzione di quest’ultima nella spiritualità è già evidente fin dal primo film.
Il protagonista del suo secondo film (“Unbreakable”) è l’antitesi perfetta del suo antagonista: fisicamente indistruttibile il primo, dalle ossa fragili il secondo. Doppia ambivalenza forte/debole che si traduce, nel finale, nell’esplicitazione di rapporti ben presisi (bene/male, eroe/antieroe).
Anche nel terzo film è possibile individuare il tema del doppio: terrestre/extraterrestre, bene/male, fede/non credenza, ottimismo/pessimismo.
Ma la domanda più importante che occorre porsi è questa: “Chi è il vero protagonista di SIGNS?”.
Il pastore?
No, lui è “solo” il mezzo attraverso il quale la metamorfosi spirituale si esplicita.
Il fratello del pastore?
Anche lui è un mezzo attraverso il quale vengono concretizzati i segni del destino (il suggerimento della moglie del pastore).
I due bambini?
Loro simboleggiano l’ingenua curiosità con la quale l’uomo si affaccia ad analizzare i misteri dell’universo (comprano un libro sugli alieni per documentarsi).

Probabilmente quello che Shyamalan ha voluto rappresentare in questa pellicola è il destino, o meglio, l’interpretazione e la reazione ai segni del destino.

Le reazioni della critica.

“Signs” ha suscitato dibattiti e polemiche: dibattiti in relazione ai segni nel grano, polemiche per quanto riguarda la messa in scena dell’alieno (da qui l’inevitabile contaminazione realtà/fantasia cui mi riferivo all’inizio).

Per quanto riguarda la polemica sulla scelta di “mostrare il mostruoso” nella sua concretezza fisica anziché connotarlo solo come un’ombra avvolta nel mistero servirà ricordare quanto detto poch’anzi: il film è anche un omaggio al b-movie di fantascienza e in questa sotto-categoria cinematografica l’alieno appare sempre, può essere buono o malvagio, bello o brutto, ma si vede puntualmente.

Sono in errore quindi tutti quei critici che sostengono una presunta incapacità di Shyamalan di “giocare” con le immagini dato che quest’ultimo ha già abbondantemente dimostrato di essere in grado di agire sia sul tessuto della narrazione filmica che sulla percezione (consapevolmente distorta) che gli spettatori hanno della stessa.

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Regia
Trama
Cast
Fotografia
Ritmo
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