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Viaggi nel tempo

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di Francesco Ippolito

“Il tempo è movimento.”
Aristotele

Il , per sua stessa natura, destruttura il tempo “in profondità”, mascherandolo con una parvenza di realtà pur essendo intrinsecamente irreale per definizione (vedi l’inevitabile discrepanza tra il “” dello shooting e quello “irreale” – seppur venduto allo spettatore come vero – della narrazione cinematografica che lo rielabora riproponendolo in chiave metafilmica).

Questo fa del cinema una sorta di mezzo primordiale più che mai adatto a esplicitare, nel corso della sua narrazione lineare, tutte quelle dinamiche che ci permettono di giocare con questo elemento su tre livelli distinti seppur correlati: il tempo reale della presa diretta durante la registrazione del film, quello irreale della narrazione cinematografica e quello – se possibile ancor più irreale – della sua esplicitazione in chiave che ripercorre tutti i paradossi ad esso correlati andando ad agire direttamente sulla sua volontaria destrutturazione.

Tutto questo rende possibile agire con fantasia direttamente sul tempo, sulla sua percezione e ancor di più sulla sua fruizione, rendendolo il soggetto per eccellenza del cinema; un soggetto sul quale è possibile applicare anticipazioni (), recuperi () e retro-rappresentazioni ( XI) atte a destrutturarlo dal suo interno, in modo da raggirare lo spettatore con il suo compiaciuto consenso.

In questo articolo andremo ad analizzare proprio questo: i modi in cui, nel passato, il tempo è stato rappresentato nella cinematografia mondiale per anticipare ipotesi, più o meno ardimentose, del suo futuro e misterioso esplicitarsi.

1 – PASSATO E FUTURO

Possiamo dire, con buona ma accettabile approssimazione, che il , come viene universalmente e comunemente concepito (ossia come una tecnologia capace di trasportare persone nel tempo, passato o futuro che sia), sia stato inventato da nel 1895, anno in cui scrisse “”.

Quest’ultima è una delle prime storie fantascientifiche che ha introdotto il viaggio nel tempo realizzato mediante un mezzo meccanico, inaugurando e stimolando un vero e proprio filone narrativo che ha avuto grande successo negli anni seguenti.

Il viaggio nel tempo verso il futuro è teoricamente e fisicamente possibile, come ha dimostrato scientificamente la ben nota teoria della relatività di ; questa teoria fu sviluppata dal celebre scienziato tra il 1905 e il 1913 e ha, come principio fondamentale, il “principio di relatività” che, fisicamente parlando, implica trasformazioni matematiche applicate alle descrizioni di fenomeni tra due sistemi di riferimento in moto relativo.

Per comprendere in modo semplice il principio di relatività basti pensare a un treno che viaggia a 100 Km/h, all’interno di questo treno c’è un passeggero che cammina a 4 Km/h dalla coda del treno verso la testa: per il controllore del treno, che vede il passeggero camminare, è chiaro che la sua velocità è di 4 Km/h, ma per un osservatore esterno al treno la sua velocità sarà di 104 Km/h. Questo implica che la velocità del passeggero dipende dal moto dell’osservatore ma se, quel passeggero sul treno, accendesse la luce, la radiazione luminosa verrebbe percepita da tutti gli osservatori, indipendentemente dal loro moto, alla medesima velocità ossia di .000 Km/s (per l’esattezza 299.792,4574 Km/s): la luce ha una velocità costante, indipendentemente dal moto della sorgente che la emette o dell’osservatore.

Ecco esemplificati i due postulati principali di questa teoria:
1 – Il moto è relativo.
2 – La velocità della luce è costante.

Ipotizzando di poter viaggiare ad una velocità pari al 99,995% di quella della luce, di andare fino a un pianeta lontano 500 anni luce: torneremmo sulla terra nel 3012 e saremmo invecchiati solo di 10 anni.

Una prova scientifica di quanto detto in quest’ultimo esempio è data dal fatto che orologi atomici su aerei che viaggiano da est verso ovest intorno alla terra, in modo che la velocità dell’aereo si sommi a quella della rotazione terrestre, sono in ritardo di 59 miliardesimi di secondo.

Una persona reale, non un personaggio immaginario di un film, che ha viaggiato nel tempo esiste: è un astronauta russo, il suo nome è e, con le sue missioni orbitali ad alta velocità intorno alla terra, è invecchiato di un quarantottesimo di secondo in meno rispetto a quanto sarebbe invecchiato se fosse rimasto sulla terra.

Per la prima volta nella storia viene matematicamente dimostrato che il tempo non è una costante che scorre uniformemente in modo predeterminato, ma dipende dalla velocità con cui gli osservatori si muovono: più la velocità è prossima a quella della luce più il tempo rallenta; se un qualsiasi osservatore riuscisse a eguagliare la velocità della luce, il “suo tempo” risulterebbe fermo e, se riuscisse a superarla, arriverebbe a destinazione prima ancora di partire.

Il viaggio nel tempo nel futuro è quindi teoricamente possibile e logicamente coerente: viaggiando in questa direzione salteremmo semplicemente degli anni.

Il problema si pone quando il viaggio è nel passato in quanto porterebbe a paradossi temporali, ossia a eventi non coerenti dal punto di vista puramente logico, in netto contrasto con il principio di causalità secondo il quale la causa precede sempre l’effetto.

Un viaggiatore del tempo che andasse nel passato genererebbe paradossi in quanto i suoi interventi e le sue azioni altererebbero il corso degli eventi modificando così, di conseguenza, il futuro e mettendo in discussione la coerenza e la logica della sua stessa esistenza nel futuro.

Il di postula che l’universo è immutabile, quindi ogni azione intrapresa dal nostro ipotetico viaggiatore ha sempre fatto parte della storia; risulterebbe così impossibile mutarla in qualsiasi modo rendendo teoricamente impossibili i paradossi data la non modificabilità di eventi già accaduti. In altre parole in un anello temporale chiuso il presente è determinato dagli eventi passati ma, allo stesso tempo, anche da quelli futuri: proprio per questo non è possibile, dal futuro, impedire che un determinato evento del passato si verifichi e, ogni sforzo in questo senso, otterrebbe in realtà l’effetto opposto, ossia che l’evento stesso abbia effettivamente luogo.

Il fisico inglese Stephen Hawking ragiona a ritroso e offre un’affascinante argomentazione sostenendo che il viaggio nel tempo nel passato è impossibile: la prova di questo è che non abbiamo avuto visite dal futuro.

2 – RITORNO AL FUTURO


Marty: “Andiamo sul pesante…”
: “Pesante? Continui a ripeterlo, avete problemi con la gravità nel futuro?”

La trilogia di ritorno al futuro è un caso unico nel suo genere, dove quest’ultimo viene destrutturato con leggerezza e autoironia citando e autocitandosi – come vedremo tra poco -, pur non smettendo mai di prendersi sul serio quanto basta, contaminando un impianto strettamente fantascientifico (c’è lo scienziato pazzo – Doc, interpretato da -, c’è la macchina del tempo – una versione modificata della prodotta dalla DeLorean Motor Company tra il 1981 e il 1983 -, c’è il paradosso temporale ontologico: tutti elementi irrinunciabili e tipicamente caratterizzanti la tradizionale cinematografia di fantascienza) con elementi tipici della migliore commedia (una interminabile serie di gag e veri e propri “tormentoni” che stemperano un discorso molto interessante sul paradosso e sulle nefaste conseguenze che quest’ultimo può causare).

Interessante notare alcune citazioni cinematografiche e omaggi che la trilogia propone ripetutamente, rimanendo così fedele al concetto principale che l’ha caratterizzata fin da subito: il puro divertimento e la volontà di giocare, liberamente e con il massimo del divertimento, con il mezzo cinematografico inteso come strumento primo e ideale atto a rendere quantomai possibili autentici “emozionali”.

Nel primo episodio della trilogia, nella sequenza iniziale di apertura, notiamo che l’etichetta sul “superstereo” ha una sigla: “CRM 114”, questo è il nome dell’apparecchio per le trasmissioni in codice del film “” (1964) di .

Nel terzo episodio Marty afferma di chiamarsi “Eastwood, ”. Il popolare attore americano, interprete di numerosi film western (vedi, tra tutti, la nota “trilogia del dollaro” di composta da “” – 1964 -, “” – 1965 – e da “, ” – 1966 -) fu felice di dare il suo permesso.
Le citazioni a Clint Eastwood e a Sergio Leone non finiscono qui.
Nel secondo episodio il Tannen arricchito della realtà “alternativa” guarda, nella lussuosa comodità della sua vasca idromassaggio, “Per un pugno di dollari”; ci viene mostrata la sequenza del duello finale nel quale il protagonista usa quello che viene definito dallo stesso un “panciotto antiproiettile”; Marty vede questa sequenza e ad essa si ispirerà, nel terzo episodio della serie, per uscire indenne dal duello con quello che è l’antenato di , ossia “cane pazzo” Tannen (dove, tra l’altro, Marty indossa un poncho molto simile a quello dell’uomo senza nome interpretato da Clint Eastwood nel film di Sergio Leone).

Lo stesso appellativo di “cane pazzo” Tannen è una citazione autoreferenziale: “” è il nome del capobanda del videogioco (“Wild Gunman”, il celebre arcade sviluppato dalla Nintendo nel 1984) con il quale Marty gioca nel secondo episodio.

Sempre nel terzo episodio è interessante notare che la sequenza dell’arrivo di Marty nella del 1885 è un chiaro omaggio alla scena dell’arrivo alla stazione di Claudia Cardinale in “C’era una volta il West” del 1968.

Ancora nel terzo episodio, all’inizio del film (quando Doc e Marty – nel 1955 – preparano la Delorean per andare nel 1885), Marty cita ancora Clint Eastwood e Doc commenta: “Clint chi?”. In questa stessa sequenza possiamo notare, sullo sfondo, le locandine di due grandi classici della fantascienza usciti nel 1955, ossia “Tarantola” e “La vendetta del mostro”, entrambi del regista statunitense Jack Arnold, nei quali appare un venticinquenne Clint Eastwood ancora agli albori della sua carriera che interpreta nel primo un pilota di Jet e nel secondo un assistente di laboratorio (e infatti Marty, coerentemente, commenta: “Già, tu non lo hai ancora sentito nominare”, riferendosi al noto attore).

Sempre in questo film non poteva mancare una citazione al più famoso western metropolitano della storia del cinema, ossia “Taxi Driver” di Martin Scorsese (quando Marty estrae la pistola davanti allo specchio dicendo: “Stai parlando con me? Stai parlando con me, Tannen?” parodiando la celebre scena interpretata da ).

Viene più volte citato lo scrittore francese : i due figli di Doc si chiamano “Giulio” e “Verne”; inoltre Doc, parlando con Clara, cita “” (tra l’altro qui possiamo individuare un errore “cronologico”: Clara, nel 1885, sostiene di averlo letto “dieci anni fa”, ma il romanzo è stato pubblicato nel 1870 e non nel 1875), universalmente considerato come uno dei romanzi che hanno posto le basi per la fantascienza moderna.

Interessante anche notare che l’editore del giornale di Hill Valley del 1885 é “M.R. Gale”, omaggio dichiarato allo sceneggiatore di tutti e tre gli episodi: in signor (mister, M.R. appunto) .

Ma torniamo ad analizzare i paradossi temporali ontologici. La trilogia di ritorno al futuro basa il suo nucleo narrativo principale proprio su questo tipo di paradossi, utilizzandoli come causa prima scatenante di tutte le azioni intraprese dai personaggi che, in un primo momento involontariamente (quando la madre di Marty si innamora del suo futuro figlio, mettendo così in discussione la sua stessa esistenza nel futuro e quindi nel passato – vedi foto di famiglia i cui tre fratelli in essa ritratti si cancellano poco a poco durante l’esibizione di Marty al ballo) e in seguito deliberatamente (quando Doc torna dal futuro e porta Marty con se per “sistemare” le cose).

Il secondo episodio è anche il più interessante e articolato da questo punto di vista: i personaggi vanno a modificare volontariamente il “continum spazio-tempo”, ma intervengono complicazioni: il vecchio Biff del futuro che consegna al giovane se stesso un almanacco sportivo con tutti i risultati dei maggiori eventi sportivi dei successivi 50 anni andando a creare una realtà alternativa e parallela dove Biff è, a tutti gli effetti, il corrotto “padrone della città”; questo tipo di realtà alternativa, come spiegato dallo stesso Dottor Brown, è diversa per Doc, Marty e Einstein – il cane dello scienziato: un nome a caso… – ma realtà oggettiva per chiunque altro.

Inutile sottolineare che questo fa ripensare al principio di relatività di Einstein (citato nella stessa sequenza dallo scienziato pazzo, anche se riferendosi al suo cane…) dove il “1985 alternativo” è alternativo solo per coloro i quali hanno avuto una percezione differente di questo tipo di realtà, mentre per tutti gli altri essa è realtà inconfutabile in quanto non hanno avuto un termine di paragone per “relativizzare” il loro tipo di percezione.

Quella di Ritorno al futuro è una delle poche trilogie, secondo noi, che resistono nel tempo (non poteva essere altrimenti vista la tematica trattata!) rimanendo sempre originali e degni di ulteriori fruizioni. I classici film, per intenderci, che non stancano mai e che riescono a tenere avvinto lo spettatore anche in seguito, dopo averlo già visto molte volte: anche quando già sappiamo l’evolversi della storia non possiamo fare a meno di vederlo e rivederlo apprezzandone i molteplici aspetti, godendoci i differenti livelli di lettura che la trilogia ci propone.

Il primo episodio, senza nulla togliere ai suoi successori che lo completano, è senz’altro il più riuscito soprattutto per l’irresistibile caratterizzazione di due personaggi archetipici che resteranno a lungo scolpiti nei nostri ricordi.

Il secondo episodio della serie supera, se possibile, il primo integrandolo ed arricchendolo di nuovo fascino e significato, spaziando vorticosamente nel tempo su diversi piani e facendoci fantasticare su come potrebbe essere la nostra vita e la nostra società nel futuro. L’elemento spazio temporale è più che mai protagonista, i paradossi complicano sempre più l’intreccio rendendo quantomai ardimentoso l’agire dei protagonisti; allo stesso tempo viene marcato ancor di più “l’elemento commedia”, che sfocia in una interminabile serie di divertentissime gag che stemperano la tensione generata dalla narrazione e dalle improbabili, ma pur sempre plausibili, imprese che i protagonisti andranno ad affrontare. E’ una rocambolesca corsa nel tempo e contro il tempo che non stanca mai.

Il terzo episodio della serie è il meno “fantascientifico”, ma non per questo meno significativo. Qui abbondano citazioni e riferimenti soprattutto al cinema western e al cinema di fantascienza (vedi l’esempio delle locandine dei due film citati poco sopra, nella sequenza di apertura) pur non dimenticando mai l’impianto temporale della vicenda e le ripercussioni che, le azioni dei protagonisti, avranno sul futuro svolgersi del cosiddetto “continum spazio-tempo”.

3 – TERMINATOR


“Le macchine emersero dalle ceneri dell’incendio nucleare. La loro guerra per sterminare il genere umano aveva infuriato per anni e anni. Ma la battaglia finale non si sarebbe combattuta nel futuro: sarebbe stata combattuta qui, nel nostro presente… Oggi.”
(Frase di apertura del film)

Nel primo film, “Terminator” (1984), diretto da , un viene inviato indietro nel tempo dall’anno 2029 per uccidere (interpretata da ), il cui figlio diventerà leader della resistenza nella futura guerra dell’uomo contro le macchine che si svolgerà sullo sfondo di un futuro post-nucleare ormai governato dai robot. (interpretato da ), un membro della resistenza, viene inviato dal futuro da (futuro figlio di Sarah Connor) per proteggere la madre dall’attacco del Terminator.

Inizialmente concepito come un “piccolo” film di fantascienza a basso budget (costò “solo” 6,5 milioni di dollari a fronte di un incasso di oltre 78 milioni in tutto il mondo) presto diventò un vero e proprio cult che lanciò l’attore Arnold Schwarzenegger.

Nel 2008 è stato inserito nella lista del National Film Registry, un archivio redatto dal National Film Preservation Board per la conservazione e la tutela di pellicole particolarmente significative e ritenute di notevole interesse.

Da segnalare gli ottimi effetti speciali del trucco elaborati da , il futuro creatore dell’estetica di un’altra icona irrinunciabile del cinema di genere: Predator.

In Terminator ci troviamo di fronte a ben due differenti tipi di paradossi: uno ontologico e uno di predestinazione.

Come accennato poco sopra John Connor manda indietro nel tempo Kyle Reese per proteggere la madre Sarah Connor dal inviato per ucciderla.

Qualcosa non torna: ma se John nel futuro esiste, tanto da aver potuto inviare un suo compagno indietro nel tempo per proteggersi indirettamente proteggendo la madre e preservando così la sua stessa nascita, appare scontato che la missione deve necessariamente aver avuto successo, se così non fosse sua madre sarebbe morta e lui non sarebbe mai nato rendendo impossibile inviare nel passato Kyle per proteggere la sua nascita.

Si viene a generare una sorta di anello temporale dove causa ed effetto non sono più facilmente individuabili: ipotizziamo che il Terminator abbia successo e riesca a uccidere Sarah Connor, allora la sua missione dal futuro non avrebbe più avuto ragion d’essere non esistendo più John Connor che, secondo logica, non sarebbe mai nato, vanificando la sua stessa esistenza nel passato non essendo mai partito.

Le cose si complicano ulteriormente se andiamo a sottolineare che John Connor è stato concepito da Kyle che, nell’andare a proteggere Sarah, si innamora di lei e fa un figlio: John; quest’ultimo quindi, alla luce dei fatti, manda indietro nel tempo suo padre per proteggere la madre ed è l’artefice stesso della sua nascita. I viaggi nel tempo del Terminator e di Kyle sono la causa stessa di ciò che porterà a quel viaggio, senza il viaggio nel tempo di Kyle, John non sarebbe mai esistito e non avrebbe potuto mandare quello che lui ignora essere effettivamente suo padre a concepirlo, peccato che il passato venga prima del futuro e, quindi, ecco il nucleo centrale del paradosso in questione.

“Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi, e io lo affronto per la prima volta con un senso di speranza, perché se un robot, un Terminator, può capire il valore della vita umana, forse potremo capirlo anche noi.”
Sarah Connor ()

Nel secondo film, “Terminator 2” (1991), sempre diretto da James Cameron, l’intreccio si complica ulteriormente. Sono trascorsi dieci anni dai fatti narrati nel primo film, Sarah è rinchiusa in un manicomio criminale per aver tentato di fare esplodere una fabbrica di computer destinata all’invenzione del sistema , che sarà alla base dell’evoluzione auto-conservativa delle macchine: cerca di evitare che la guerra, raccontatale dall’ormai defunto Kyle, abbia inizio. Dal futuro vengono inviati due diversi cyborg, un modello T-800 (identico a quello che abbiamo visto nella pellicola precedente ma riprogrammato dallo stesso John Connor, che lo invia nel passato per proteggere il se stesso adolescente), e un modello T-1000 con il compito di uccidere John.

Ma veniamo al consueto . I resti del T-800 sono alla base del progetto dell’unità informatica autocosciente (denominata Skynet) che sarà alla base della creazione dei Terminator e della guerra contro gli esseri umani: Skynet progetta i T-800 e li invia indietro nel tempo per “terminare” John Connor ma sono proprio i T-800 (per l’esattezza i loro resti) a rendere possibile e ad aver causato direttamente l’esistenza di Skynet… Ecco il solito problema causa/effetto.

Volendo osservare la questione da un’altra prospettiva possiamo comunque affermare che, in un certo senso, il principio di predeterminazione di Novikov rimane comunque teoricamente efficace: nonostante tutte le azioni intraprese dal futuro per modificarlo agendo direttamente sul passato, tutto avrebbe potuto svolgersi nella stessa maniera anche se, presumibilmente, con dinamiche differenti; John Connor avrebbe potuto nascere ugualmente, nulla vieta che Sarah avrebbe potuto concepirlo con un altro uomo anche se, in questo caso, probabilmente John Connor non sarebbe stato lo stesso uomo e non sarebbe necessariamente diventato il leader della resistenza.

4 – TIMELIINE


“Immagina di essere nel Medioevo e di non poter tornare indietro.”

E’ un film diretto da nel 2003 che narra le vicende di un gruppo di archeologi che rinviene una richiesta di aiuto firmata dallo stesso direttore degli scavi, il professor , datata 1357; in seguito il figlio del professore e la sua equipe vengono a sapere che il professor Johnson è stato inviato nel passato dall’ITC (un’agenzia governativa che ha involontariamente scoperto un modo per viaggiare nel tempo testando una macchina per il teletrasporto che ha aperto un passaggio temporale tra il 1357 e il presente) e non è ancora tornato; gli allievi del professore vengono quindi inviati nel XIV secolo per riportarlo a casa.

Basato sull’omonimo romanzo di non è stato un successo, ha ottenuto scarsi incassi e ricevuto pessime critiche.

Il viaggio nel tempo diviene quasi un pretesto per illustrare la storia di un assedio medioevale e l’elemento fantascientifico è davvero poco presente, eccezion fatta per il viaggio nel tempo esemplificato ai minimi termini.

Il cast, ad esclusione di Gerard Butler (il noto attore statunitense qui alla sua dodicesima pellicola e protagonista, tra gli altri, di “300”, “”, “” e del recente “”), non è di particolare rilievo e gli effetti speciali non sono all’altezza della storia rappresentata.

Da segnalare una incongruenza logico-temporale non di poco conto: gli archeologi, riferendosi all’assedio di avvenuto durante la guerra dei cento anni, riferiscono dell’impiccagione di ; successivamente rinvengono un sarcofago che contiene proprio la sua salma, ma si scopre che non è morta per impiccagione ma di vecchiaia, grazie al prezioso intervento degli archeologi/viaggiatori del tempo. Questo non è plausibile da un punto di vista strettamente logico: se la storia è un concatenarsi lineare di eventi che si esplicitano nel tempo o non è stata impiccata mai impiccata (ma sappiamo che non è così, ci viene esplicitato chiaramente dagli archeologi stessi all’inizio del film) oppure la storia è stata teoricamente e praticamente modificata, nel qual caso il sarcofago non avrebbe dovuto nemmeno esistere.

5 – L’ESERCITO DELLE DODICI SCIMMIE


“Voglio che il futuro rimanga un mistero…. ritornare ad essere normale, come gli altri. Voglio che sia questo il presente. Voglio restare qui questa volta, con te.”
(James Cole)

E’ un film datato 1995 e diretto da (già regista di un altro film di fantascienza, “” de 1981) che narra le vicende di James Cole (), un detenuto che viene inviato nel passato dall’anno 2035 per indagare su fatti che hanno portato alla quasi totale estinzione del genere umano, costretto a vivere sottoterra per sfuggire al contagio di un letale virus.

Tutte le prove conducono a un gruppo ecologista, “L’esercito delle 12 scimmie” appunto, sospettato di aver diffuso il virus letale per liberare il pianeta dal suo principale virus che lo infetta: l’umanità stessa.

Pur avendo una trama del tutto non lineare (il che ha portato a numerosi errori durante le riprese, rendendo necessario ri-girare alcune scene), più che un film sul viaggio nel tempo è una pellicola che appartiene al sottogenere della “fantascienza post-apocalittica” dove l’umanità è costantemente prossima all’autodistruzione a seguito di guerre nucleari, pandemie o disastri vari, naturali o artificialmente provocati che siano.

Per dovere di cronaca citiamo alcuni titoli irrinunciabili come il ciclo de “c”, la serie di “”, la trilogia di “” e, ovviamente, la già in parte analizzata quadrilogia di “Terminator”.

L’attenzione di Terry Gilliam appare rivolta, più che al tema del viaggio nel tempo, all’approfondimento del tema della follia di una umanità distorta e autodistruttiva. Una follia sporca, degenerativa e malata che viene riconosciuta dai protagonisti dei suoi film e che, più o meno volontariamente, li costringe a rinchiudersi in una loro personale e necessaria follia autoreferenziale quasi indicata come unico mezzo verso la salvezza; a questo proposito basti pensare che Cole resta convinto, per quasi tutta la durata del film, che il passato non sia modificabile in alcun modo.

Interessante notare come il protagonista parta da un futuro cupo e apocalittico, nel quale la follia del genere umano ha quasi causato la sua stessa estinzione, per giungere a un passato non meno oscuro nel quale viene immediatamente etichettato come pazzo e rinchiuso in una clinica.

Terry Gilliam sembra interessato ad approfondire il tema del doppio, come esplicitamente confermato dalla citazione , quando i due protagonisti si rifugiano in un cinema che proietta una maratona di 24 ore dedicata alle pellicole al grande regista inglese. Il film che vediamo è il più significativo dal punto di vista della rappresentazione del doppio, si tratta di “” del 19??. Si viene così a creare, immediatamente e con un chiamo richiamo simbolico, una relazione diretta tra i due protagonisti del film del maestro della suspance ( e ) e i protagonisti della pellicola di Gilliam (Cole e Kathryn). Ferguson, come Cole, è malato o quantomeno crede di esserlo. Entrambi i personaggi perdono di vista un sano contatto con quella che dovrebbe essere generalmente perchepita come la realtà evolvendo, nel corso dello sviluppo della narrazione, in una direzione mentalmente degenerativa e rovinosa che peggiora sempre di più; Ferguson perde di vista cosa è oggettivamente reale e cosa è soggettivamente immaginifico a causa del dolore per la scomparsa della donna che amava, Cole sviluppa un percorso molto simile, anche se a causa dell’effetto rovinoso che i ripetuti viaggi nel tempo e gli avvenimenti ad essi correlati hanno sulla sua psiche. Entrambi si innamorano di una donna che non è realmente quello che dice di essere anche se, nel caso di , la cosa è dichiaratamente rappresentata (è, come sappiamo, la stessa persona che interpreta un ruolo diverso), mentre la psichiatra che è con Cole abbandona un passato di scientifica razionalità per avventurarsi, inizialmente per puro istinto ma in seguito con chiara cognizione di causa avendo individuato evidenze oggettive che non possono essere in alcun modo negate, in un territorio inesplorato e pericoloso dalle nefaste aspettative. Interessante anche notare la “classicità esteriore” di /Kathryn (entrambe bionde quando vengono messe a confronto nella scena del cinema); quest’ultima, in particolare, evolve – anche esteticamente – in un vero e proprio personaggio classico, abbandonando il camice da psichiatra e i vestiti eleganti per indossare abiti più classicheggianti, preparandosi ad affrontare la sequenza più importante del film: quella dell’aeroporto.

Un interessante raffronto tra le due pellicole può essere fatto anche sul rapporto natura/tempo/uomo. Nel film di Hitchcock vediamo la sequenza ambientata nel bosco delle sequoie giganti, in particolare la scena in cui Madleine commenta gli anelli degli alberi e come questi ultimi vengono utilizzati per datare la pianta, mettendo a diretto confronto la “longevità” della natura se paragonata alla sua breve esistenza (“”). Si allude ad un universo stabile e immutabile oltre che ordinato e pre-ordinato, uno sfondo consolante sul quale si agitano vorticosamente le nostre brevi vite, soggiogate al dolore della perdita dell’amore, trovato nella prima parte del film, e dal tentativo vano di modificare i fatti per ritrovarlo nella seconda parte, pur essendo Ferguson consapevole del fatto che non si tratti della stessa persona (deve ancora affrontare il tragico epilogo). Nell’allucinata pellicola di Terry Gilliam, al contrario, la natura è sullo sfondo di una urbanizzazione disturbata e disturbante, che preclude ogni possibilità di redenzione; l’umanità è illustrata come una vera e propria pandemia per il pianeta, che lo infetta, un’autentica malattia insanabile.

Infine entrambi i film si chiudono con un epilogo non consolatorio, che nulla concede alla speranza ma che, oltre a sottolineare l’inesorabilità del destino (nel caso di “Vertigo” la finta morte del personaggio di Madleine viene inevitabilmente seguita dalla sua vera morte quando, ormai, “interpreta” se stessa) sottendono all’inutilità del tentare di agire per modificare eventi che sono già accaduti, appoggiando la tesi di Novikov proprio nella consapevolezza che sono stati loro stessi gli autori di un finale che, cercando di evitare, hanno in realtà reso possibile.

6 –


“Ci vediamo ieri!”
(Danny)

E’ un film datato 2006 girato da Tony Scott. Un agente dell’ATF, Doug Carlin (), scopre che l’autore di un attentato è la stessa persona che, poco prima, ha ucciso una ragazza, Claire (); grazie ad uno strumento che gli permette di andare indietro nel tempo l’agente cerca di alterare il corso degli eventi per salvare Claire e prevenire l’attentato.

Il film ha incassato oltre 180 minioni di dollari in tutto il mondo, di cui 20 solo nel primo week end.

Deja Vu è più un thriller incalzante e ben ritmato, girato con maestria e notevole consapevolezza tecnica; l’aspetto fantascientifico è quasi secondario, ad esclusione del viaggio nel tempo, che diventa pretesto per analizzare le dinamiche del Deja Vu e insinuare il sospetto, nello spettatore, che quella strana sensazione di ripetizione o di aver già vissuto una determinata situazione sia spiegabile in modi apparentemente improbabili seppur tecnicamente e scientificamente quasi plausibili; un film che diventa pretesto per analizzare le dinamiche del Deja Vu e insinuare il sospetto, nello spettatore, che quella strana sensazione di ripetizione o di aver già vissuto una determinata situazione sia spiegabile in modi apparentemente improbabili seppur tecnicamente e scientificamente quasi plausibili.

L’agente Carlin, viaggiando ripetutamente a ritroso nel tempo, trova degli indizi che lo aiutano a risolvere il caso.

Sequenze simili vengono riproposte in tutte le loro “varianti temporali”: quando l’agente scopre che determinati interventi nel passato alterano verosimilmente il futuro prossimo sfrutta questo a suo favore, lasciando a se stesso degli indizi che lo aiuteranno a risolvere la situazione. Questo non è plausibile perchè nella “linea temporale originale” (la prima che ci viene proposta, quella in cui Claire muore) alcuni degli indizi volontariamente seminati dall’interpido protagonista sono già presenti: questi ultimi non avrebbero dovuto esserci a meno che non esistano, contemporaneamente, differenti livelli di realtà. Quest’ultima ipotesi non è comunque accettabile pena la vanificazione del concetto stesso che sottende la credibilità dell’intero intreccio ossia l’assunto che, modificando il passato, il futuro ne risulterà inderogabilmente influenzato.

In questo senso la sceneggiatura si perde in improbabili soluzioni pseudo-scientifiche che alterano una logica spazio-temporale consequenziale che lei stessa contribuisce a definire ma che, con ogni probabilità in modo del tutto involontario, non ha la forza e la capacità di rispettare in maniera coerente.

7 – STAR TREK XI


“Se elimini l’impossibile, quello che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità.”
()

Diretto da nel 2009 è l’undicesimo imperdibile appuntamento con la nota serie fantascientifica. In questo film torniamo alle origini della saga: l’equipaggio della deve impedire a (Eric Bana) di portare a compimento il suo malvagio piano che minaccia la sopravvivenza stessa dell’intera umanità, affrontando complicate relazioni interpersonali oltre che problematiche relative al continum spazio-tempo.

Il film è dedicato alla memoria di , il creatore della serie, e di sua moglie, Majel Barrett.

E’ la pellicola della serie che si è aggiudicata i migliori incassi al botteghino (375 milioni di dollari) oltre ad aver vinto un premio Oscar, nel 2010, come miglior trucco.

Star Trek XI è, contemporaneamente, un prequel, un sequel e un reboot sella serie: il “riavvio” dell’intero universo fantascientifico di Star Trek viene giustificato dalla creazione di una linea temporale alternativa, che crea un vero e proprio universo parallelo, in modo da non andare a modificare la veridicità degli avvenimenti già raccontati nei film e nei telefilm precedenti; un’impresa davvero pericolosa questa, una sfida estrema che ha rischiato di scontentare gli attentissimi fans della serie.

Abrams riesce non solo a “salvare” tutto quello che era già stato detto in precedenza, ma anche ad approfondire e citare quanto già visto in passato e a farci rivivere, non senza una certa nostalgia, le fantastiche e coinvolgenti avventure di una serie che, dopo quarant’anni, ancora non stanca e ha qualcosa da dire.

Il viaggio nel tempo è quindi utilizzato per annullare l’universo di Star Trek così come lo conosciamo, creandone così uno alternativo dove la genesi dei rapporti interpersonali tra i personaggi sono leggermente differenti; la continuità tra i due universi è data dal sempre presente Spock (Leonard Nimoy) che influenzerà l’andamento degli eventi per farli tornare il più possibile simili a quelli che conosce e che noi conosciamo.

Il viaggio nel tempo non è un tema nuovo per Star Trek, in passato altri due film avevano già trattato l’argomento: “” (1996) diretto e interpretata da Jonathan Frakes e “” (1986) diretto e interpretato dallo stesso Spock (Leonard Nimoy).

In “Star Trak: primo contatto” il capitano Picard () e il suo equipaggio devono agire per evitare che i Borg alterino il corso degli eventi, in modo da garantire che la creazione della Federazione Unita dei Pianeti abbia luogo.

In “Star Trek V: rotta verso la terra” il capitano Kirk () e i suoi compagni d’avventura devono tornare indietro nel tempo nel ventesimo secolo per recuperare una balena, specie ormai estinta nella loro epoca.

Entrambi questi film arricchiscono la trama con paradossi temporali, pur senza mai renderne il nodo fondamentale, ma lasciandoli relegati a semplice ma essenziale pretesto per dare luogo ad avvincenti azioni rocambolesche nel primo caso e a imperdibili gag comiche nel secondo.

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