Pollo alle prugne
[Poulet aux prunes, Francia, Germania 2011, Drammatico, durata 91']
Regia di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi
Con Mathieu Amalric, Isabella Rossellini, Maria De Medeiros, Golshifteh Farahani, Jamel Debbouze, Chiara Mastroianni, Edouard Baer, Eric Caravaca, Frédéric Saurel, Dustin Graf
Teheran, 1958. Il musicista Nasser-Ali (Amalric) dopo che la moglie per disprezzo gli ha fatto a pezzi il violino, decide di mettersi a letto e aspettare l’arrivo di Azrael, l’angelo della morte. Nella sua ultima settimana ricorda la sua vita passata e immagina quella futura dei suoi figli. Ispirato all’omonima graphic novel di Marjane Satrapi, che ritorna nella Teheran di Persepolis, tra live action e animazione, tra favola e denuncia. Gli ultimi otto giorni dell’esistenza di un musicista costretto al silenzio.
Come dicevamo non si tratta di un film di animazione questa volta. L’opera seconda dell’iraniana che vive in Francia Marjane Satrapi e del suo aiuto Vincent Paronnaud, autori dello splendido Persepolis del 2007, capolavoro di tecnica e creatività, ironia e coerenza che al Festival di Cannes – dove fu proiettato in concorso – strappò applausi interminabili aggiudicandosi il Prix du Jury. L’opera seconda di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud racconta una vicenda ancora una volta allegorica della condizione dell’Iran, ma anche dell’esistenza di chi perde il proprio centro, i motivi, le ragioni per le quali continuare a vivere. Nasser Ali Khan (Amalric) è un celebre suonatore di tar che, perdendo il proprio strumento – sia in senso reale che metaforico – finisce con il perdere ogni ragione di vita.
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Marjane Satrapi è una virtuosa dell’immagine, oltre che un’idealista anti-ideologica. Se l’opera prima “Persepolis” aveva solo in parte rivelato la sua attitudine a raccontare la vita con la tecnica cinematografica (la scelta del cartoon confinava un po’ l’anima dei personaggi nella rigidità fisica del disegno), questo “Pollo alle prugne” è una primizia agrodolce che esaurisce bene le ambizioni dell’immaginario satrapiniano. Il musicista Nasser Ali, confuso dalla perdita dell’amato violino e spinto ai limiti dell’incoscienza dall’ansia di ritrovare il proprio posto nel mondo, benché meno autobiografico della giovane Marjane di “Persepolis”, è un personaggio più adulto, più corposo (merito, forse, della sua tridimensionalità), più compreso nella sua condizione di apolide del corpo e dell’anima. Il sottotesto politico è l’ingrediente principe della scrittura e del cinema dell’artista iraniana, ma in “Pollo alle prugne” la denuncia non è solo morale e ideologica: c’è un’indagine più ariosa e complessa della solitudine umana, c’è la volontà di raccontare una ricerca esistenziale e non solo una battaglia civile. La tecnica filmica riflette la dimensione sognante del racconto di Nasser, moribondo e sconfitto alle prese con i fantasmi di una vita: inserti onirici, collage di piani temporali diversi e dialoghi surreali compongono un’opera picaresca e naif, una piccola odissea mediorientale. Se in “Persepolis” la protagonista trovava speranza e libertà in un Eden reale (Parigi), in “Pollo alle prugne” il mancato lieto fine sancisce il trionfo dell’illusione sulla volontà. Una scelta narrativa che non è un’involuzione: al contrario, rappresenta un passo avanti nell’esplorazione delle debolezze umane. Sottolinea quanto le battaglie emotive siano ancor più dure di quelle ideologiche. Quanto il fascino e la condanna dell’isolamento, come e più la persecuzione politica, possano corrodere la vita di un uomo. (La recensione del film “Pollo alle prugne” è di Elisa Lorenzini)
Fonte:
http://www.cinema4stelle.it/recensione_pollo_alle_prugne.html