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Avatar (3D)

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Autore: Roberto Nepoti – Testata: la Repubblica
Hanno detto che Avatar era la terza rivoluzione del cinema, dopo il sonoro e il colore. Un’esagerazione, certo: e tuttavia il kolossal sognato-realizzato da Cameron è un’esperienza di cinema totale, assoluta; 166′ senza un solo minuto di noia. L’avventura del marine Jake Scully e del suo “avatar”, tre metri di gigante azzurro frutto di una combinazione di DNA umano e alieno, rappresentano anche la summa di tutto il cinema post-moderno. Dal western (la storia, in fondo, è una parafrasi di quella di Pocahontas), al film di guerra nella jungla, all’intero repertorio del fantasy e della fantascienza. Dove il pianeta Pandora diventa un mondo parallelo non indegno delle tolkieniane Terre di Mezzo rese celebri dal Signore degli anelli.

Autore: Michele Serra – Testata: la Repubblica
Chi vede nella tecnologia un fattore di disumanizzazione, e teme che la geometrica potenza degli effetti speciali sfratti dallo schermo la semplicità dei sentimenti, vada a vedere Avatar, e ci porti tranquillamente anche i bambini. Se Avatar ha un difetto non è certo la lussuria ottica. È il moralismo da fiaba edificante. Quel moralismo che è una delle nervature fondamentali (e immortali) del cinema americano. Vincono i buoni (e ci si commuove), e i cattivi in rotta abbandonano la scena in catene. L’estasi spettacolare, le montagne di denaro speso, l’alea di “salto d’epoca” dal punto di vista tecnologico, sono l¿involucro rutilante di un buon vecchio film d’avventura a lieto fine. Più dei nemici della contraffazione tecnologica, saranno dunque i nemici del politicamente corretto ad avere qualcosa (anzi, molto) da rimproverare a . Il film è una specie di sunto trionfante dell’intera vulgata “buonista”, come direbbe la destra a corto di sinonimi. L’eroe è un marine paraplegico che per riscattare il suo handicap (o proprio in virtù di quello) saprà dare al suo avatar (che è il suo “doppio” al cubo: un altro sé, e alto quattro metri) l’energia e la prestanza fisica del guerriero vittorioso. Il male è incarnato dall’avidità del profitto, disposto a schiantare un pianeta, e distruggere una specie aliena, pur di impossessarsi di un minerale prezioso. Il bene ha il volto antico del Buon Selvaggio, il popolo Na’vi che vive in simbiosi con la foresta, adora gli alberi (il Vaticano non gradirà) e nel contatto per niente metafisico con la materia vivente elabora una specie di religione pan-tattile che spinge a toccarsi, intrecciarsi, cavalcare animali, come se ogni organismo vivente fosse parte di una sola grande Rete. Cosa che conferisce al film, formalmente castissimo, momenti di insolita sensualità. Siamo a mezzo tra “salvate l¿Amazzonia” e il western pro-nativi, quello che proietta sulle tribù americane sgominate la mitologia della Natura Savia, e su noi altri, non senza motivo, il sospetto di essere quelli che stanno segando il ramo sul quale tutti siamo seduti. Tanto che l’eroe ibrido (mezzo uomo mezzo avatar) che alla fine sceglierà i “selvaggi”, come precedente hollywoodiano rimanda al Kevin Kostner di Balla coi lupi, soldato di frontiera che preferisce re-incarnarsi nel “nemico” piuttosto che farsi riassorbire dalla molto sedicente civiltà. Peccato, solo, che il capo dei cattivi, qui in Avatar, sia un generale così fascista, e così stronzo, da rendere fin troppo facile la scelta di campo dell’eroe così come del pubblico. Né gli effetti speciali né il 3D né, in futuro, l’ologramma che ti riaccompagnerà a casa in macchina dopo il film, riescono a rimediare a questo piccolo grande vizio del cinema popolare americano: dopo trenta secondi hai già capito chi è il buono, chi è il cattivo e chi si innamorerà di chi. E Avatar non fa eccezione. Detto questo, il film è un magnifico polpettone ecologista e anti imperialista, magari un po’ frastornante per quelli delle generazioni arcaiche: due ore e tre quarti di 3D, con i visori calati sul naso, mi hanno prodotto una qual certa emicrania, con sussulti di nausea. E la sequenza bellica finale, mezz’ora buona di botti, luminarie, collisioni, inseguimenti, è decisamente troppo play-station per uno che preferisce il calcio Balilla. Ma la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte inquadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un’imbattibile scatola dei sogni, le creature della computer graphic sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in Avatar ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, dal suddetto Balla coi lupi a Mission a Apocalypse Now a Guerre stellari a Soldato blu, e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcati dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius. Possono scoraggiare (e in parte mi è accaduto) alcuni ostacoli di ordine anagrafico e neurologico. L’ammasso di visioni mirabolanti, paesaggi inediti, bestie mai viste, esperienze oniriche, non lascia tregua, e vista una medusa d’aria non fai in tempo a godertela nei dettagli che appare un’oca-drago, o un camaleonte-trottola, il tutto avvolto da gorghi di luce, abissi vegetali, vertigini prospettiche. Avatar ti seduce a strati, a gragnuole, a bordate, come se ormai la meraviglia si dovesse e si potesse raggiungere solamente per accumulo, per quantità stordenti, e mai per sottrazione, per concentrazione, per intuizione. Il vuoto e il silenzio, la riflessione e l’elaborazione psicologica solo gli unici effetti speciali che mancano in Avatar, ma probabilmente questo è un problema solo per chi non ha i neuroni già impostati per l’iperbole sensoriale nella quale vivono e crescono i nostri figli. Impareranno a difendersi da soli, o forse hanno già imparato.

Autore: Mariarosa Mancuso – Testata: Il Foglio
(…) “Avatar” non cambierà la storia del cinema. Solo la classifica degli incassi. (…)
Ma neanche possiamo possiamo farci piacere un film di cui sentiamo chiacchierare da anni, e alla prova dei fatti ha personaggi meno interessanti, meno simpatici e meno espressivi di un ammasso di ferraglia arrivato dal futuro che si chaimava Terminator.

Autore: Il giornale – Testata: il Giornale
(…) È la prima super produzione di Hollywood a giustificare, anzi auspicare la disfatta di Washington nell’agone mondiale.(…) Ad attrarre chi non segue la grande politica, ma si trastulla con l’inquinamento (potendoci fare ancor meno che sulle guerre del suo Paese) è la metafora ecologista particolarmente netta, con l’implicito annuncio che Plutarco si sbagliava: il Grande Pan non è morto, dunque. S’era solo assopito. (…)

Autore: Anselma Dall’Olio – Testata: Liberal
(…) Genio monomaniacale di effetti speciali, le sue sceneggiature sono semplici e forti. Dispiace che Avatar, deluda in parte proprio perché la storia d’amore e le meraviglie pirotecniche sono al servizio di una filosofia New Age. (…)

Autore: Fabio Ferzetti – Testata: Il Messaggero
(…) un film capitale (…)
(…) Liquidare il tutto come scontato omaggio alla “moda” ecologista è davvero riduttivo. (…)
(…) Cameron riscrive fiabe e miti fondanti nella storia americana travasandoli in un mondo e un linguaggio nuovi. (…)

Autore: Lietta Tornabuoni – Testata: La Stampa
Molto, molto bello: e intelligente, divertente, commovente. (…) Avatar di Cameron (anche produttore) non ha nulla del grosso giocattolo filmico, non cerca effetti mirabolanti né personaggi epici: è più contemporaneo e anche più scaltro, nell’aria del nostro tempo sta dalla parte delle vittime. (…)

Autore: Luca Mastrantonio – Testata: Il Riformista
Avatar non è semplicemente un film, o kolossal che dir si voglia: è una cosmogonia, una battaglia tra mondi. (…) Avatar è un meraviglioso tripudio di forme biologiche fantasiose (…). Irrompe nel nostro immaginario collettivo di ieri, oggi e domani. (…) Avatar è innovativo, globale, epocale. Una favola morale come ogni racconto fi fantascienza. Con implicazioni teo-cosmiche, perché mostra altre forme di vita non create da dio (…). La sconcertante bellezza estetica e la potenza melodrammatica del film addolciscono e rendono appetibili, al palato del suo pubblico planetario, contenuti politicamente eversivi. (…)

Autore: Roberto Escobar – Testata: Il Sole 24 Ore
(…) Non ha potenza narrativa, la vecchia storia raccontata da Cameron. Non ha l’epica tradizionale del western, non ha quella reinventata a metà degli anni 70 da George Lucas con la saga Star Wars, e non ne ha una qualsiasi altra. In essa c’è invece una grande inventiva grafica. Con un uso intelligente e creativo delle riprese dette motion capture e della tecnica tridimensionale (…)

Autore: Francesco Bolzoni – Testata: Avvenire
(…) Mai abbiamo assistito, in un film di fantascienza, a scene così insolite, così suggestive. Non c’è un momento di pausa in un lungometraggio anche troppo lungo. (…) Magistrale è l’idea di Cameron di tenere il quadro vastissimo e di riempirlo di figure sempre in movimento, di macchine prodigiose e di cento e cento oggetti. (…)

Autore: Valerio Caprara – Testata: Il Mattino
Se la domanda fosse «vale la pena di vederlo», la risposta sarebbe sì, naturalmente. Con la raccomandazione di cercarvi lo schermo più grande possibile e l’apparato audio/video al massimo livello. Qualora v’interessi andare al sodo e sapere se il film è bello, la risposta è ancora un sì convinto. Se a questo punto però pretendereste la notizia di un nuovo capolavoro firmato James Cameron, dobbiamo optare per il no (…)

Autore: Gaetano Vallini – Testata: L’Osservatore Romano
(…) Sotto le immagini ben poco (….) c’è tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere, emozioni umane per intendersi, in un mondo di alieni pur eccezionalmente immaginato e rappresentato(…)
(…) una parabola antimperialista e antimilitarista facile facile, appena abbozzata, che non ha lo stesso mordente di pellicole più impegnate su questo fronte. Analogamente il sotteso ecologismo si impantana in uno spiritualismo legato al culto della natura che ammicca non poco a una delle tante mode del tempo. (…)

Autore: Kirk Honeycutt – Testata: Hollywood Reporter
Cameron si conferma re del mondo.

Autore: Manohla Dargis – Testata: New York Times
Un nuovo paradiso, sia cosmico che cinematografico.

Autore: Ross Douthat – Testata: New York Times
(…) Avatar è come un gospel. Ma non un gospel cristiano. E’ invece una lunga apologia del panteismo, una fede che mette sullo stesso piano Dio e la Natura (…). Il problema è che civiltà come quelle dei Na’vi non sono Eden, ma posti dove la vita tende ad essere brutale, violenta e breve. (…)

Autore: Federico Pontiggia – Testata: Il Fatto Quotidiano
(…) Concepito 15 anni fa e partorito solo ora, per i mezzi finalmente messi a disposizione dalla tecnologia, Avatar non solo riscrive, anzi sovrascrive, il genere fantascientifico (…), ma riaffeziona il pubblico al sogno del cinema, al sogno industriale della settima arte (…).

Autore: Alberto Crespi – Testata: l’Unità
(…) Avatar è uno straordinario esempio di tecnologia applicata alle emozioni: un grande film. (…) Avatar è una gigantesca operazione tecnologica che sposta in là il linguaggio audiovisivo di svariate decine d’anni (…)

Autore: Paolo Mereghetti – Testata: Il corriere della sera
(…) un senso dello spettacolo eccezionale (…)
Dove Cameron convince meno è nella troppo superficiale lettura dello scontro tra terrestri distruttori e nativi difensori della natura. (…) piuttosto che riflettere sui limiti della propria civiltà, come faceva Arthur Penn in Piccolo grande uomo, Cameron sembra accontentarsi di rispolverare la favola di Pocahontas. Ma nella versione Disney, non certo in quella di Terrence Malick.

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Regia
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