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Tutti gli uomini del re

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Autore: Maurizio Cabona – Testata: Il Giornale

rifà e – per non essere schiacciato dal paragone con l’originale di Robert Rossen (1949) – prende dal romanzo di Robert Penn Warren (Garzanti) quel che Rossen lasciava nelle pagine. Ma, se Rossen ce l’aveva lasciato, una ragione c’era. Dunque, in vesti eccessive per lui (produttore, sceneggiatore, regista), Zaillian si rompe le ossa: scrive un copione denso di sentenze e stereotipi; ingaggia (scelta giusta, in teoria), ma non sa dirigerlo, così Penn gigioneggia, mentre Broderick Crawford, protagonista della prima versione, era perfetto. Per giunta Zaillian circonda Penn con , e . Certo: per farne notare meno l’assenza dalla maggior parte delle scene. E poi il trio britannico sa imitare l’accento del sud, dettaglio importante per il pubblico americano, che poi considera gli inglesi implicitamente dei decadenti, come sono del resto i personaggi, qui. Però il «coro» prevale anche troppo sul protagonista: se ne perde il vitalismo a vantaggio della fatiscenza di contorno. Non solo: il dramma politico, spina dorsale del film di Rossen, cede al dramma esistenziale. Forse perché il pubblico del 2006 nulla sa di un governatore ucciso nel 1936, come Huey Long, la cui figura era riconoscibile dietro quella delineata da Crawford. In più Zaillian sposta tutto in avanti di un ventennio, magari pensa che degli anni di Eisenhower si possa parlare male, mentre di quelli di Roosevelt no… Il resto dei danni lo fa il doppiaggio: Penn che parla come uno del Padrino. Quindi risparmiate i soldi del biglietto per questo nuovo Tutti gli uomini del re e spendeteli per quello vecchio in dvd. Lo distribuisce sempre la Sony.

Autore: Giorgio Carbone – Testata: Libero

“Tutti gli uomini del re”. Un bel titolo che una sessantina d’anni fa lo scrittore “sudista” Robert Penn Warren ricavò da una filastrocca popolare che raccontava la caduta di un tiranno («e tutti gli uomini e tutti i cavalli del re non bastarono a rialzarlo»).

Per il protagonista del suo romanzo, Willie Stark, Penn Warren si ispirò a Huey Long, governatore della Louisiana durante gli anni Trenta, ucciso durante un comizio (per ragioni extrapolitiche). Arrivato al potere sulla base di un programma populista e progressista, Huey, come accade a tanti demagoghi, si rivelò un vero tiranno. Fece anche “del bene” come accade spesso ai ducetti (Costruendo scuole e ospedali) ma lo fece con metodi peggio che riprovevoli, appoggiandosi ai gangsters e ai ricconi tangentisti.

Tuttavia fu adorato dal popolo della Louisiana, che al momento dell’omicidio, spingeva per portarlo alle elezioni presidenziali in concorrenza con Franklin Delano Roosevelt. La dimostrazione che Huey rimase nel cuore degli elettori, fu l’elezione, qualche anno dopo, del fratello minore a governatore dello stato (un buon governatore, raccontano, senza il pelo sullo stomaco e le smanie dittatoriali di Hey). Nel 1949 “Tutti gli uomini del re” divenne un gran bel film diretto da Robert Rossen che fruttò l’Oscar a Broderick Crawford (una vera forza della natura nei panni di Wiliie-Huey).

Il remake di quel film (da oggi nelle pubbliche sale italiane) più che alla struttura del romanzo di Penn Warren si rifà a quella della riduzione teatrale dello stesso andata in scena a Broadway nel 1960. La parabola di Willie Stark è raccontata in flash back dal giornalista Jack Burden, che era stato il portaborse di Willie, e l’uomo che ne conosceva a menadito ogni miseria e ogni grandezza.

Vediamo Willie partire da popolano ruspante e pieno di buone intenzioni. Quando sale per la prima volta sul palco, c’è tanto marcio in Louisiana e la popolazione aspetta un uomo del destino che faccia pulizia. Quell’uomo è Willie. A dire il vero, all’inizio, alcuni responsabili del marcio cercano (riuscendoci) di strumentalizzare per i loro scopi questo tribuno plebeo che ha un effetto magnetico sulla folla. Ma Willie si accorge presto della trappola e durante un comizio denuncia gli inghippi L’hanno trattato da minchione?

E lui sarà il capo di tutti i minchioni della Louisiana. L’unione dei minchioni porta un anno dopo Willie al governatorato e gli concede un potere immenso. Di cui spesso abusa. Se qualcuno si mette in mezzo lo fa togliere di torno dai suoi scagnozzi. A parole continua la sua campagna di togliere al ricco per dare al povero, però si tiene tante cose per sè (inclusa la donna del suo portaborse). Finché non gli arriva una pallottola da dove non se l’aspettava. Piacerà a chi ha sempre amato al cinema i melodrarnmoni del profondo Sud, pieni di violenza, di sesso, di folle sempre sull’orlo del linciaggio (“Sangue sulla luna” è l’urlo di tutti gli uomini di Willie).

Detto questo, l’idea di portare di nuovo sullo schermo il romanzo di Penn Warren, c’è sembrata francamente sbagliata. E affidate alle persone sbagliate. Oggi come oggi, il libro ci pare pesantemente datato. Quando fu scritto, imperversavano ancora i tiranni (Hitler, Stalin, Mussolini, Franco) anche se erano lì lì per cadere. Raccontare di come anche nella democratica America potessero sorgere i despoti, era ipotesi drammatica e inquietante. Oggi che i tiranni sono morti (anche se la tirannide è tutt’altro che caduta) una saga come quella di Willie Stark ha preso quasi tutti gli agganci colla realtà. Ma anche volendo richiamare a tutti i costi il cinema perduto, non era il caso di rivolgersi a Steve Zaillan. Che non è un regista vigoroso, solo esibizionista, solo trionfo e barocco. Che per di più s’è trovato a dover giostrare (a meno che non li abbia scelti lui) gli attori sbagliali Come prendere sul serio Jude Law, sempre belloccio e rilisciato, come introverso e complessato portaborse di Sean Penn?

E come accettare Penn in un ruolo “più grande della vita” per il quale non ha le spalle, né fisicamente né artisticamente? Penn Warren descrisse Willie come un contadino esplosivo, enorme e sanguigno. Sean ha cercato di colmare la distanza che lo divideva dal personaggio, ingrassando di dieci chili e adottando un ghigno “demoniaco” man mano che il personaggio incattiviva. Ma è una pena. Come vedere una Mussolini story recitata da Sergio Rubini.

Autore: Mariarosa Mancuso – Testata: Il Foglio

L’abbondanza rovina i film almeno quanto la miseria. In Tutti gli uomini del re non manca nulla. L’atmosfera da gotico sudista, con la piantagione e chissà quale segreto di famiglia. La politica, che prima ha a cuore la sorte dei miserabili, poi diventa demagogia, infine si piega a ogni losco traffico perché il lodevole fine giustifica gli atroci mezzi. La storia d’amore contrastata, con l’obbligatorio sospetto di incesto, e gli amanti che si perdono di vista per poi ritrovarsi sulla stessa spiaggia e sotto lo stesso chiaro di luna. Gli zotici che lavorano nei campi e vivono nelle baracche, presi in prestito da un romanzo di William Faulkner. La voce fuori campo autocompiaciuta e una quantità di flashback, inondati da una luce che vorrebbe essere suggestiva e risulta solo stucchevole. Un cast di grandi nomi, purtroppo quasi tutti fuori parte – a Sean Penn il ruolo del campagnolo arringapopolo non si addice, e il doppiaggio italiano, con un accento che fa accapponare la pelle, completa il disastro – oppure sprecati. fa del suo meglio, ma il copione non si preoccupa di fornire uno straccio di spiegazione per i suoi comportamenti, e lo stesso vale per l’opaca Kate Winslet, e per che gigioneggia come non credevamo possibile, sembra una forzata caricatura. Un romanzo di Robert Penn Warren, che prese il Pulitzer nel 1946, e un film di Robert Rossen premiato con tre Oscar nel 1950 non bastano a mettere un po’ d’ordine. O magari a smorzare i toni. Fotografia, recitazione, sceneggiatura, messaggio sono a dir poco esagerati: c’è troppo di tutto, ma evidentemente al regista andava bene così (con i progetti troppo amati, e coltivati per anni, succede spesso). L’inutile ridondanza serve per raccontare una storia ispirata a Huey P. Long, governatore della Louisiana nel 1928. Nato povero, ottavo di nove fratelli, intende rubare ai ricchi per dare ai poveri. Nel 1931 diventa senatore, costruisce il palazzo governativo di Baton Rouge (che fa da sfondo alla grottesca scena finale). Quattro anni dopo medita di candidarsi alle presidenziali. Il film di Steve Zaillian sposta l’azione verso gli anni Cinquanta, se dobbiamo giudicare dagli abiti e dalle automobili. E ne ricava una favola morale che condanna tutti i politici. Non importa quanto buone siano le intenzioni, il potere corrompe.

Autore: Mauro Gervasini – Testata: Film TV

La storia del governatore populista Stark vissuta attraverso i tormenti del suo giornalista di fiducia. Il remake dell’omonimo film di Robert Rossen, tratto dal libro premio Pulitzer di Robert Penn Warren, è un polpettone senza senso, mandato allo sbaraglio durante le vacanze di Natale dopo l’insuccesso americano. A chi può interessare, oggi, una storia come questa quando la demagogia degli uomini politici è molto più sofisticata e si evidenzia quotidianamente sul piccolo schermo? C’è di più: l’autore Steven Zaillian rispetto all’originale sposta l’attenzione dal governatore al pennivendolo. E nonostante l’insopportabile overacting di Sean Penn faccia di tutto per dominare la scena, siamo costretti a perderci tra i misteri del passato sentimentale e familiare dell’insipido Jude Law. Sola cosa da salvare Kate Winslet, che riesce, da brava attrice qual è, a infondere all’intreccio un vago malessere da torbido mélo sudista. Se Tutti gli uomini del re non può essere difeso a prescindere, perché non ha un’idea di cinema e drammaturgia che sia una, con il doppiaggio italiano diventa addirittura imbarazzante. Quale logica perversa porta a decidere che il personaggio di Sean Penn, attore di evidenti origini irlandesi nei panni di un uomo che si chiama William Stark e non Sonny Corleone, debba parlare con accento tra il siculo e il ciociaro? Illuminateci, perché noi, sconsolati, brancoliamo nel buio.

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Regia
Trama
Cast
Fotografia
Ritmo
Tensione
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